Partire all’alba verso Londra significa volare sopra la Manica la mattina presto e vedere laggiù, dal finestrino, l’Inghilterra. La tua immaginazione già corre in sella a un cavallo e molto probabilmente ha già incontrato tutti i personaggi che popolano da sempre l’isola della letteratura inglese, da qualche parte lì, nel tuo cervello.

L’Inghilterra è verde sconfinato prima, eleganza antica poi.

Alexander Calder_photo Ugo Mulas

Ma Inghilterra è soprattutto Londra.

Il Gatwick Express ti risucchia verso la città cui dai le spalle, quasi ad essere trasportato indietro in un tubo, in un ritorno al futuro o a un passato di cui non abbiamo più memoria.

Ed ecco che sei lì, a Victoria Station – underground – Earl’s Court – Thought of the day

 

 Sometimes you can’t explain
What you see in a person
It’s just the way they take you
Into a place where no one else can

 

Pensieri metropolitani che sono informazioni di servizio e profezie.

Alexander Calder ci ha indubbiamente trasportato in un luogo dove nessun altro può farti arrivare. Forse ogni artista lo fa o prova a farlo, o forse, semplicemente, dipende dalle corde di ognuno di noi che vanno toccate dalle dita giuste o a noi più affini.

Le dita di Calder alla Tate Modern di Londra sono 11, non 10, perché 11 sono le stanze dentro cui l’esposizione si snoda anche se la prima, forse, è una mano intera che ti acchiappa e immobilizza, ti ipnotizza lì davanti a Ercole e il (suo) leone e a Medusa.

tate modern london alexander calder

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E’ lampante la radicale innovazione: l’uso del fil di ferro a creare linee delicate sospese nella stanza, non più una massa solida ma una scultura della linea che diviene uno schizzo, un disegno nello spazio, e dello spazio con la propria ombra. Con Calder la scultura diviene trasparente, anche nella possenza di Ercole, e ti permette di vedere cosa c’è dietro attraversandola con gli occhi.

Ed ecco che proprio lì dietro si apre la seconda stanza con Small Sphere and Heavy Sphere (1932/33), un’opera che è scultura, installazione, strumento musicale e performance. Una sfera rossa viene sospinta nello spazio bianco dove può imbattersi in bottiglie, in una scatola, in un barattolo o in un gong generando suoni diversi: un movimento imprevedibile che ogni volta crea dunque un’atmosfera unica e irripetibile.

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Un passo indietro e dalla prima stanza, entri nel Cirque Calder: un’intera sezione, ingenuamente geniale, abitata dalle sculture in miniatura, e non solo, di circensi fatti di ferro, tessuto, sughero e bottoni che lo stesso Calder metteva in scena su palcoscenici di fronte a piccoli pubblici scelti, con invitati del calibro di Jean Cocteau, Joan Miró and Piet Mondrian, pioniere dell’astrazione geometrica, la cui influenza su Calder sarà evidente e palpabile nella stanza numero 4.

Per l’artista infatti visitare lo studio di Mondrian fu uno shock e l’inizio di una conversione, una seconda nascita, “come gli schiaffi che dai al bambino affinché i suoi polmoni inizino a funzionare”.

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E’ il principio della sfida calderiana: combinare astrazione e movimento passando attraverso piccoli motori che muovano le sculture

“With a mechanical drive, you can control
the thing like the coreography in a ballet”,

 lo stesso principio che muoverà i lavori in cui la relazione tra sfondo e primo piano non sarà solo enfatizzata ma diventerà parte dell’opera.

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Se l’universo di Calder è racchiuso nella stanza numero 8, non è un caso: qui lo spettatore è immerso nello spazio infinito, nelle sue costellazioni e tra i corpi che ci fluttuano dentro, come in una bolla fuori dal tempo in cui, sospeso, ritrovi l’essenza e la verità.

 

“The underlying sense of form in my work has been the system
of the Universe. The idea of detached bodies floating in space,
of different sizes and densities… some at rest, while others move
in peculiar manners, seems to me the ideal source of form”.

 

A Universe è stato esibito per la prima volta al Museum of Modern Art di New York e a Calder fu narrato che Albert Einstein rimase in piedi a fissarlo per quaranta minuti, aspettando che il meccanismo lavorasse attraverso i nove cerchi di movimento prima di cominciare a ripetersi.

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Da questo momento le opere di Calder si faranno sempre più grandi, nel senso letterale del termine, e sperimentali (pensiamo alle “open” composition diventate punti di riferimento per molti compositori musicali) sino a diventare uno spazio architettonico e non semplicemente un’architettura che lo spazio lo occupa.

Dopo aver visto la mostra di Alexander Calder, anche gli spazi enormi della Tate Modern si fanno più piccoli ma il paesaggio dalla terrazza del bookshop è mozzafiato: il Tamigi e la cupola di Saint Paul, Londra e i suoi cantieri a cielo aperto.

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Attraversiamo il Millennium Bridge, il vento ci sferza i visi. Chissà se anche i nostri diventeranno incartapecoriti ma avranno ancora gli occhi curiosi e sorridenti di quella vecchia signora che stamattina guardava fuori dal finestrino del bus rosso come se dovesse vedere Londra, la sua città, per l’ultima volta.

 

 

Alexander Calder: Performing Sculpture
Tate Modern: Exhibition
11 November 20153 April 2016