Siamo abituati e allenati a forme e oggetti che hanno un inizio e una fine. Restiamo impietriti di fronte a opere come il Colosseo: immenso sì, ma comunque finito; sia nella sua funzione, che nelle sue dimensioni. Il nostro limite è proprio quello di non riuscire a immaginare qualcosa che non sia raccolto dal nostro raggio visivo, figuriamoci contare fino a un milione.

Poi però, grazie a persone come Alberto Campo Baeza e Justin Vernon (aka Bon Iver), la nostra mente si sblocca, fa un click.

La casa dell’infinito di Cadiz dell’architetto spagnolo riesce in qualche modo a farci superare queste barriere, nonostante la sua finitezza. E il cantante statunitense con la sua 22 (OVER S∞∞N) sembra riportare il tutto in musica.

campo baeza-casa del infinito

L’edificio nasce da un’idea che rappresentata occupa il palmo di una mano, ma che ha una forza tale da poter riecheggiare in eterno: un podio abitabile e parzialmente ipogeo è coronato da un piano orizzontale di travertino, che si unisce alla superficie lontana di acqua marina.

Vernon srotola su questo piano infinito un tappeto fatto di un Oh ciclico in Do diesis, da cui emergono elementi sporadici e apparentemente casuali: un patio, una piscina, dei lucernari circolari, delle scale di ingresso, ornati da campionamenti vocali di Mahalia Jackson – All these years…

Nemmeno il materiale è casuale: il lapis tiburtinus, allo stesso tempo, richiama colori e suggestioni della sabbia vicina e rende onore a Bolonia, città romana di 2000 anni fa, poco distante da lì. Ed è così che il piano diventa infinito anche nella dimensione temporale: come Bon Iver, che con le sue sonorità, fa leva su quelle sensazioni da cui scaturiscono le memorie, così Campo Baeza rende omaggio a una cultura, quella romana, che per capacità di lungimiranza e ambizione ci ha lasciato molto.

I due, mixando forme e suoni, sfumature e toni, balzano tra passato e presente, memoria e attualità, ed inevitabilmente si proiettano verso il futuro.

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I sassofoni di Michael Lewis e dei Sad Sax of Shit (collabotori di Vernon per la traccia e per 22, A million) sembrano puntualizzare quel momento in cui l’occhio si alza leggermente e incontra quella linea in cui mare e cielo si toccano e quasi si fondono, in alcune ore del giorno e della notte.

Solo quando ci si scontra con la finitezza delle cose, scatta la necessità di qualcosa di superiore e meno limitato. It might be over soon… ripete Vernon, ma si capisce che intende tutt’altro. Sarebbe bello non finisse mai, la canzone. Che andasse in loop, a ripetizione.

E sarebbe bello che la casa dell’architetto potesse estendersi a perdita d’occhio con la sabbia, il cielo, il mare e il suo sciabordio ciclico.

bon iver

Le due opere, dunque, non si riducono soltanto a una scatola di 20x36x12 metri e una traccia di 3:22 minuti, ma tendono all’infinito.

Pensare, progettare, comporre e ambire a quell’infinito non è – in fondo – una cosa così sbagliata. Forse, anzi, caricare il finito di significati infiniti è la cosa più sensata.

all House of the Infinite images ©Javier Callejas  Sevilla