Stuart Patterson è una figura ibrida, affascinante, multicolore proprio come i suoi lavori, che si muove perfettamente a suo agio nell’universo creativo contemporaneo. La sua formazione professionale e le sue esperienze lavorative dimostrano infatti quello che forse è il suo vero tratto distintivo, la trasversalità.

Dopo un periodo come freelance, Stuart avvia collaborazioni con importanti brand quali BMW e Custo Barcelona di cui si occupa di brand management a tutto tondo, per approdare a Wallpaper, il magazine di design, moda, viaggi e intrattenimento fondato nel 1996 da Tyler Brûlé, oggi a capo di quel multiforme progetto mediatico chiamato Monocle.

Nel frattempo, oltre ad occuparsi della sezione grafica di alcuni dischi dell’etichetta discografica Naked Music, nel 2000 trova anche il tempo di lanciare il proprio progetto di studio creativo chiamato Colorola Studio con cui nel 2004 decide di trasferirsi a Los Angeles, California.

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I suoi lavori riflettono perfettamente questo suo essere ibrido, oscillando continuamente fra stile vintage anni Settanta a soluzioni minimaliste iper contemporanee, il tutto sempre accompagnato da un’attenzione quasi maniacale per gli aspetti tipografici e da un amore per il lettering che emerge in ogni suo lavoro. E’ forse questo uno dei pochi elementi di continuità in un portfolio che altrimenti si faticherebbe a ricondurre ad una sola mente creativa tanto vario e diversificato appare.

Abbiamo contattato Stuart chiedendo la sua disponibilità per un’intervista ed ha subito accettato di rispondere ad alcune domande sul suo lavoro e su alcune altre storie che mi interessava conoscere e quindi ecco il risultato della nostra intervista con Stuart Patterson di Colorola Studio.

Un aspetto del tuo lavoro che mi ha colpito è l’estrema eterogeneità, la tua capacità di saltare da uno stile all’altro non perdendo mai la coerenza e riuscendo a mantenere sempre ben visibile la tua impronta sui lavori. Quali pensi siano, se esistono, 3 punti di riferimento, 3 artisti che hanno avuto un peso importante nella tua formazione professionale ed in cosa pensi ti abbiano aiutato a formare quello che oggi è il tuo stile.

Non sono mai stato in grado di rimanere fedele ad un solo stile, sarebbe un approccio un pò problematico per me soprattutto nei confronti di quei clienti che richiedono stili particolari e anche se so che il mio stile ha dei tratti abbastanza caratteristici, ho sempre cercato di approfondire anche altri gusti, che si tratti di un approccio tipografico o di un utilizzo del colore. Facendo così ho notato che spesso finisco per apprezzare ciò che inizialmente disdegnavo e viceversa.

Durante il mio periodo alla scuola di design di San Francisco mi sono innamorato del lavoro di Emigre, 23 Envelope, e in particolare, del designer locale Tom Bonauro, che rappresenta una forma di studio della grafica postmoderna con forme e grafiche vintage. In questi artisti ho trovato una valvola di sfogo che mi ha rigenerato dopo tutto lo studio eccessivamente rigido del mondo del design accademico. Anni dopo mi sono di nuovo avvicinato ai maestri del design e della grafica della metà del secolo scorso, proprio quelli che avevo disdegnato durante la scuola. Penso alle metodologie razionali di Otl Aicher, a Paul Rand ed a Massimo Vignelli che mi erano molto ostici da studente e che invece oggi mi forniscono continuamente gli stimoli che mi servono per mitigare la mia tendenza a pensare di potermi permettere qualunque azzardo creativo.

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Come detto, nel 2004 hai deciso di trasferirti dalla Spagna dove avevi sempre vissuto e lavorato, a Los Angeles, una realtà del tutto diversa e nuova, che immagino fornisca molta più ispirazione ma allo stesso tempo sia molto più ricca di competizione. Potresti descrivere com’è stato questo passaggio per il lavoro di Colorola e per Stuar Patterson come uomo e padre di famiglia?

Barcellona, ​​dove ho vissuto per 8 anni, è stato un luogo perfetto per vivere la cosiddetta movida che credo abbia influenzato l’approccio generale che ho del mio lavoro. Sono diventato un illustratore piuttosto casualmente e le feste, la cultura mediterranea, la vicinanza al mondo della moda, hanno influenzato fin da subito parte del mio lavoro. Ma hai ragione, l’ambiente era molto meno competitivo rispetto a LA. Al tempo mi ero creato una mia nicchia adagiandomi perfettamente sul minimo indispensabile per permettermi una buona qualità della vita. La mia giornata consisteva in poche regolari attività: sveglia a mezzogiorno, lavoro a qualche illustrazione per qualche azienda di alcolici, andare a Ibiza per il fine settimana e così via.

Nel 2003 però ho avuto un grave incidente motociclistico a Ibiza in cui ho rischiato seriamente la vita e da allora ho deciso che avrei fatto meglio a dare un valore maggiore alla mia attività. Proprio quell’anno ho esposto i miei lavori in una galleria di Los Angeles e sono venuto qui per l’inaugurazione. In quei giorni alloggiavo all’Hotel Standard in downtown e mi sono innamorato all’istante degli aspetti più fatiscenti della parte vecchia della città. Sembrava Angkor Wat, insomma una civiltà perduta. Mi sono trasferito qui nel 2004 con l’intento di aiutare questa mia nuova comunità con il mio lavoro. Ho iniziato perciò a lavorare con le associazioni del territorio, le istituzioni no-profit come quella che gestisce il parco del quartiere o quella che del LA Theatre Center. Credo infatti che il design possa essere un catalizzatore molto importante per un cambiamento, ma è difficile riuscire a vivere cercando di lavorare sempre con un approccio altruistico e, nel frattempo, mantenere i propri confort. Diciamo che ci sto lavorando…

Vista la tua importante esperienza all’interno di magazine come Wallpaper, vorrei chiederti una tua opinione su quella che è una vera e propria rinascita dell’industria editoriale. Partendo da tutti quei magazines che, anche se a volte con una vita breve, si stanno sviluppando oramai da qualche anno, come immagini il futuro di questo mondo in continua trasformazione?

La tecnologia, e in particolare la capacità di stampare in modo più efficiente, ha sicuramente modificato il panorama editoriale di oggi. Ci sono così tante belle pubblicazioni ora che è difficile per le riviste coltivarsi un pubblico fedele. È come trovare un penny a terra. Se vedo un penny sul marciapiede, sono incline a prenderlo. È lucido, unico e potenzialmente porta con sè il presagio di buona fortuna. Ma se vedo un mucchio di penny, io me ne vado.

Inoltre, l’attenzione delle persone è diventata così effimera che non solo i libri ma anche i periodici, per alcuni, richiedono troppa attenzione. Penso che siamo arrivati ad un punto in cui la società dei consumi, in tutto il mondo, è stanca di questo tipo di saturazione. Anche con i dischi in vinile è un pò lo stesso, sono tornati ad essere così diffusi e tanti nelle case di ognuno di noi che ad un certo punto la gente ha detto “fanculo”, voglio uno stile di vita un pò più semplice e quindi mi limiterò a starmene solo con Spotify. D’altra parte, ogni volta che c’è un eccesso in una direzione, si vede l’emergere della ricerca di qualcosa di diverso. Così i designer, gli editori, gli scrittori, ecc. devono sempre cercare di trovare qualcosa di sostanziale e nuovo. E alcuni riescono a farlo: Process Journal per esempio. Baseline è un altro magazine che è riuscito a migliorare costantemente il suo prodotto dal 1979 ad oggi e poi, chiaramente, l’inimitabile Eye magazine.

Un’altra collaborazione importante nella tua carriera è quella con Naked Music, etichetta discografica americana. Potresti raccontarmi la storia di come è nato questo rapporto e quale ruolo ha la musica nella tua vita di tutti i giorni?

A San Francisco, mentre ero a scuola nei primi anni ’90, ho iniziato a creare flyer per quasi tutti i club e rave della città: DNA, Sound Factory, DNA, 1015. Un giorno sono stato contattato dal proprietario della Sound Factory di New York per progettare il mio primo lavoro di branding per Twilo, un importante locale di New York che aveva da poco aperto nei paraggi. Con il tempo ho cominciato a far girare in tutta la Grande Mela i miei lavori: poster, packaging per etichette di musica elettronica e altre cose del genere. A quel tempo Jay Denes stava ideando la sua etichetta discografica, la Naked Music NYC sotto il controllo della OM Records, una major molto conosciuta in città. Mi chiese di realizzare una copertina raffigurante una figura di donna nuda in una posa seducente. L’etichetta, una volta vista la bozza, respinse la mia proposta dicendo che era letteralmente “troppo seducente”. Un paio di anni dopo lo stesso Jay è riuscito a lanciare la sua etichetta Naked Music insieme ad un amico comune di San Francisco, Bruno Ybarra. Mi hanno quindi chiesto di lavorare sulla brand identity della nuova avventura riprendendo in mano l’illustrazione originale che, a questo punto, non è più apparsa troppo osè ed è stata riesumata. Sono rimasto con loro per sette anni progettando tutto il packaging, i brand e la pubblicità di molti dei loro dischi. È stato divertente finché è durato, ma poi l’intera industria musicale è cambiata e il packaging e la stampa non hanno più avuto alcuna importanza per il pubblico e, una volta capito questo, ci siamo rimessi tutti i nostri abiti da lavoro e abbiamo preso ognuno strade diverse.

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In molti lavori di Colorola si respira l’aria della California fatta di palme, sole, spiagge e divertimento. Un pò come se tu volessi trasmettere nelle tue illustrazioni proprio uno stile di vita, un modo di essere. Quali pensi siano gli ingredienti necessari, dal punto di vista grafico intendo, affinché un lavoro sia in grado di esprimere qualcosa di più di un semplice tratto stilistico, di una bravura tecnica, ma arrivi a toccare appunto anche altri aspetti sensoriali come il respirare l’aria della California?

Certamente utilizziamo quello che chiamiamo il “Cali-vibe” per caratterizzare e rendere più riconoscibili molti dei nostri servizi, ma questa è poco più di una veste commerciale e pubblicitaria. La California del sud ha una ricca storia nel mondo del design che contempla l’architettura e naturalmente il cinema, il tutto influenzato sia dal clima sempre ottimo che dal mix di infinite culture differenti. Ovvio quindi che i fratelli Charles e Ray Eames, Saul Bass, i lavori di Alex Steinweiss siano coerenti con questo tipo di ambiente e con il relativo gusto estetico.

L’industria dell’intrattenimento a Los Angeles, così come penso lo sia per esempio l’industria farmaceutica in Svizzera, ha un impatto decisivo sul senso estetico del sud della California ed è normale che qua tutti siamo influenzati da questo.

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Mi colpisce molto nei tuoi lavori la cura nella scelta del lettering, l’attenzione con cui inserisci la parte tipografica all’interno di contesti grafici diversissimi fra loro. Raccontami un pò come nasce questo tuo amore per la tipografia e che sviluppo ha avuto nell’arco della tua carriera?

Ho avuto la fortuna di frequentare la scuola di design in un momento in cui la tipografia era considerata una materia fondamentale. Il computer design era solo una materia secondaria allora e non riempiva interi curriculum come oggi. Per questo motivo ho avuto quelli che potremmo chiamare istruttori “legacy”, che avevano cioè un approccio vecchio stile, molto rigoroso e classico al mondo del design tipografico. Sono stati in grado di instillare in me, più di ogni altra cosa, l’importanza della moderazione e del fondamentale strumento della griglia. Con il tempo ho capito di essermi certamente allontanato da quell’approccio, ma, grazie ai principi che mi furono sottolineati all’infinito durante il mio periodo all’Accademia, non penso di essere andato troppo lontano …

Colorola riesce a mantenere una propria particolare identità nonostante si occupi del brand sotto molti punti di vista. Questa capacità, forse una delle più importanti nel tuo lavoro, dimostra una forte spinta creativa e di ricerca. Cosa è per te la creatività, che definizione dai di questo termine e perché?

Grazie della domanda. Quando lavoravo come freelance non avrei mai immaginato di usare “creativo” come un sostantivo. Per spiegarmi meglio, per me un direttore creativo è il direttore del dipartimento che si chiama Creativo, ma non un direttore che è psicologicamente e artisticamente creativo. Credo cioè che utilizzare il sostantivo sia un modo per codificare e mercificare l’atto stesso del creare. Con il tempo ho capito che infatti questo è quello che succede, per questo motivo nelle università non esiste il dipartimento di “Creatività”. La “Creatività” è un termine che rimanda ad un atto ben più personale e non sempre basta per ottenere prodotti di design di buon livello. E’ vero, c’è un elemento vitale che si basa sull’intuizione, ma il buon design, a mio avviso, è necessariamente il risultato tanto della teoria quanto dell’istinto. Questo è ciò che per me significa “creatività”.

È interessante notare che questa distinzione interna al concetto di creatività, per quanto ne so io, esiste solo in lingua inglese …

Descrivi quello che è il tuo processo creativo, quali sono le fasi che ti portano da un foglio iniziale, completamente bianco, al momento finale in cui capisci di essere arrivato al risultato che ti soddisfa completamente.

Per i lavori su commissione, inizio sempre con un brief di input del cliente, che è un buon modo per ottenere le informazioni generali del lavoro che desidera. In base a cosa emerge dal brief, in genere inizio a disegnare su un vecchio Mac Pro che continuo ostinatamente a tenere in vita solo per poter utilizzare MacroMedia Freehand che per la grafica vettoriale trovo molto meno ingombrante rispetto ad Illustrator. Mi piace creare molte bozze, a volte anche incorporando e ri utilizzando elementi disegnati in precedenza. Quindi inizia il tipico balletto con il cliente. Mi piace la sfida di interpretare la sua visione. Ovviamente faccio una buona dose di ricerca, ma la maggior parte della mia ispirazione viene dal viaggiare, sia questo farmi in giro per il mondo o intorno ad un isolato.

Raramente ho un “momento eureka” quando so che qualcosa è finito. Mi piace guardare il risultato, un pò come faceva Warhol con i suoi lavori, li guardava e ad un certo punto diceva:“sì, è finito”.

La nostra società è oramai sempre più attenta all’immagine. Siamo circondati continuamente di messaggi, loghi, icone e grafica di ogni tipo. Quali pensi siano alcuni dei trend che noti nell’attuale scena dei grafici e soprattutto quale pensi siano alcuni interessanti sviluppi all’interno del mondo del graphic design?

Penso che in molti modi la tecnologia abbia diminuito l’impatto del design così come si intendeva anni fa. Le soluzioni di oggi, pronte all’uso immediato, si dimostrano efficaci perché si basano su analisi istantanee di mercato che misurano il gusto ed i desideri dei consumatori. Io noto una diffusa sensazione che la maggior parte del lavoro che si produce oggi sia derivativa, cioè riferita, consciamente o inconsciamente, ad epoche e stili precedenti. Anche i lavori più “rivoluzionari” di solito possono essere ricondotti a influssi di stili precedenti, ma questa non è necessariamente una brutta cosa.

Credo che gran parte del design contemporaneo, sia il frutto dello studio e della grande attenzione rivolta alla scoperta della soluzione migliore alle esigenze del cliente più che a qualche vano tentativo di essere originali ad ogni costo.

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Vivere e lavorare a Los Angeles con un proprio studio creativo che collabora con alcuni dei brand più famosi al mondo può sembrare un sogno che è diventato realtà, ma come tutte le storie sicuramente anche tu, nella tua vita professionale, hai dovuto attraversare alcuni momenti bui in cui hai pensato di non farcela.
Descrivimi uno di questi momenti e come hai fatto a superare le difficoltà per ripartire con più voglia di prima.

Di certo non mi piace lamentarmi, ma l’aspetto che più mi irrita è rimasto lo stesso di quando ho iniziato. Non sono mai stato in grado di costruire delle vere collaborazioni creative con altri artisti anche se ritengo questo aspetto necessario per evolvere in modo creativo e, perché no, anche economico. Ho iniziato a lavorare come freelance mentre frequentavo ancora a scuola, perdendo perciò l’opportunità di lavorare con gli altri studenti all’interno del dipartimento e di favorire così quel tipo di relazioni professionali che spesso sono il seme per una futura partnership.

È sempre stata una sfida lavorare da solo. Sono inondato costantemente da un enorme mole di lavoro e a volte questo essere così occupato mi impedisce di uscire alla ricerca di nuovi contatti e opportunità. Sono sicuro che sia un problema comune quindi, se qualcuno là fuori vuole creare una partnership favolosa…

(Ecco come mi muovo io, sempre cercando di anticipare l’incontro perfetto!)

Credo che ognuno di noi, nell’arco della propria vita, si sia prima o poi imbattuto in un proverbio, un motto, una citazione  a cui con il tempo si è affezionato, che ha avuto un ruolo nelle scelte della vita o che semplicemente aiuta nei momenti difficili o nel quotidiano lavoro professionale. Qual è dunque la frase con cui Stuart Patterson chiude questa intervista e soprattutto quali sono i motivi per cui ha scelto proprio quella?

Ho una specie di frase simile ad un proverbio:”Quando pensi di lavorare troppo, raddoppia i tuoi sforzi” che diceva sempre mia zia, Dutchie Page, che era un’artista e una gran lavoratrice. Ma il fatto è che non ha mai detto niente del genere. L’ho inventato io. E io vivo ancora oggi con questo spirito.