Vi siete mai chiesti che strano ruolo ha il montatore in un film, quando lo vedete passare nei titoli di testa?

La verità che nessuno ha il coraggio di dire è che un grande regista non può nulla senza un ottimo montatore.

 

“Mi considero una sorta di architetto. Progetto costruzioni servendomi di mattoni e cemento di altro tipo.”

Non è però così facile come sembra, non è nemmeno automatico come si potrebbe pensare, ma allora cosa vuol dire montare un film, un video, una pubblicità?

 

Tra spot pubblicitari e ricordi d’infanzia, ecco Giacomo Prestinari in versione definitiva, the final cut.

 

 

Che lavoro fai?

Costruisco storie. Nel vero senso della parola, sono quello che in gergo chiamiamo un “montatore cine televisivo”, ovvero colui che prende tutte le inquadrature di un video (film, spot etc), le guarda, le sceglie, e le mette insieme nel modo migliore possibile per far venire fuori la storia, le emozioni e il ritmo.

Ho il compito di nascondere gli errori e le difficoltà avute sul set, cercare di rendere gli attori al meglio, creare suspance o empatia nello spettatore verso un personaggio. Devo capire cosa è di troppo ed eliminarlo per il bene del film e trovare una soluzione con quello che ho se invece mi accorgo che una o più parti avrebbero avuto bisogno di maggiore sviluppo.

E più sono capace di rendere “invisibile” il mio intervento allo spettatore più quest’ultimo si dimenticherà che sta guardando un’opera di finzione e si immergerà nella storia.

 

 

Perché?

Perché da bambino giocavo con i mattoncini LEGO. E se non avessi fatto il montatore credo che sarei diventato un architetto da grande.

Penso sia qualcosa che ha a che fare con il costruire e il mettere insieme pezzi che possano formare qualcosa di impressionante.

 

 

E da quanto tempo?

In pubblicità da ormai 5 anni, dopo due anni di televisione, alcune piccole incursioni nel cinema indipendente e diversi rapporti con lo stimolante mondo dei documentari.

Anche se devo ammettere che già durante gli anni del liceo giravo film amatoriali che montavo con gli amici: passavamo settimane intere davanti al computer in fase di montaggio cercando di imitare i film americani che ci appassionavano al cinema. Per non parlare degli effetti speciali a basso costo realizzati in casa! Era tutto così privo di regole, eccitante e difficile allo stesso tempo. Una volta quasi ci arrestavano all’aeroporto perché ci siamo messi a girare ai gate senza permessi…

 

 

Ti consideri un artista?

Suonerò ripetitivo, ma mi considero più un architetto. Progetto costruzioni servendomi di mattoni e cemento di altro tipo. A volte può capitare di mettere in piedi qualcosa che lascia tutti a bocca aperta. A volte bisogna ristrutturare un palazzo pieno di problemi. E ogni tanto mi viene chiesto di lavorare ad una piccola, umile ma accogliente casetta.

 

 

Che cos’è che fa della pubblicità, arte?

La pubblicità non sarà mai arte. La pubblicità è pubblicità ed è bene non scordarlo mai, anche quando ci lavori.

Tuttavia a volte ci sono momenti in cui è possibile, all’interno di uno spot, uscire dagli “schemi pubblicitari” fatti di belle inquadrature, volti telegenici falsi e prodotti così luccicanti e appetitosi che morderesti lo schermo. Succede così che riusciamo a dimenticarci di stare vedendo uno spot. E magari l’accostamento di quelle immagini, o la storia raccontata suscitano in noi qualcosa che va ben oltre il messaggio finale che inevitabilmente sarà “compra questo prodotto”. Se una pubblicità ci dà da pensare o tocca qualcosa dentro di noi, allora un poco all’arte ci si avvicina: queste sono le pubblicità migliori.

Jonathan Glazer in questo per me è uno dei migliori. La sua campagna per Levi’s Odissey era un omaggio all’impeto senza confini, per non parlare dello spot per Volkswagen Polo che fece nel ’97, su quanto ci sentiamo più protetti nel momento in cui ci facciamo più piccoli.

 

 

volkswagen polo – Protection

 

 

Cos’è per te il tuo lavoro?

Prima ancora che un lavoro è una passione. E mi ritengo un privilegiato. Non tutti possono fare di lavoro qualcosa che li appassiona. Quando si cresce è rischioso lanciarsi a capofitto in una professione come questa. Non stiamo parlando di un posto assicurato da impiegato. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo (lavorativamente parlando!). E magari non riuscirò mai a fare qualcosa di più che un semplice backstage girato con la mia camerina amatoriale.

Tuttavia rischiare è fondamentale. Sempre.

Il mio lavoro è questo, cercare di fare sempre qualcosa di nuovo, imparare quando le cose non funzionano come dovrebbero e non sedersi sugli allori quando le cose vanno a gonfie vele.

All’ambito lavorativo della pubblicità, negli ultimi anni, posso associare la piacevole componente del viaggio: spesso lavoro in paesi diversi, e il mio lavoro diventa così anche un’occasione per girare un pezzo di mondo.

 

 

Quando hai capito che da grande ti saresti occupato di video?

Quando all’età di 11 anni girai con mio padre la mia versione di Jurassic Park in stop motion usando omini lego e dinosauri di plastica. Obbligai mio papà ad aiutarmi con la sua telecamera.

Al momento non ricordo molto del risultato finale, sicuramente un disastro. Ma fu fondamentale.

 

 

Quindi racconti storie. Raccontamene una.

Il mondo è pieno di storie, non c’è bisogno che inventi. Pensa, questa mattina in metropolitana ho visto una coppia. Lei aveva uno sfregio evidente in volto. I due non si parlavano. Ho iniziato a pensare che magari fossero in crisi, forse si amavano molto, ma ormai lui non riusciva più a riconoscere il volto di lei. Oppure quello sfregio era proprio il simbolo della loro rottura imminente. Da cosa era stato causato?

Devo continuare?

 

 

Il lavoro preferito.

Sceglierne uno è difficile, facciamo 3. Amo molto la versione estesa di Alice per la campagna di Interflora: oltre che mandata in televisione fu anche costruita un’installazione video nella stazione dei treni di Zurigo mostrando i diversi personaggi (Alice è solo uno degli otto personaggi che costituirono l’intera campagna). E’ bello immaginare che storia ci sia dietro a ogni piccolo movimento del suo volto.

La campagna de El corte ingles intitolata Nubes (nuvole, ndr). È un lavoro che ho costruito interamente da solo che lasciò a bocca aperta regista, agenzia e cliente. Un piccolo film costruito sopra un “catalogo di moda privo di storia”.

Il terzo è un video personale che ho girato da solo a Londra anni fa. E’ un lavoro di sperimentazione, si intitola Wolves lovers. E’ un progetto che ha significato molto per me.

 

 

Il lavoro più odiato.

Non lo posso dire! Però c’è stato, ed è stato il lavoro dove il cliente aveva problemi con tutto: la creatività dell’agenzia (previamente approvata), la musica (un brano di classica previamente acquistato a peso d’oro), perfino la faccia dell’attore protagonista! Che alla fine tagliammo con uno zoom digitale.

A metà mi dissi “forse sono in una candid camera”!

 

 

Il lavoro più sudato.

La campagna per Fanta di Robertus da Rotterdam. I tempi erano strettissimi. Quattro giorni dopo le riprese dovevamo presentare al cliente. Le riprese si svolsero a Budapest e la presentazione era a Madrid. Il girato era di oltre 9 ore di materiale. Ho montato perfino in aereo tra uno spostamento e l’altro. La campagna, però, ha poi vinto un Sole di Bronzo al festival di San Sebastian del 2011.

 

 

Il lavoro più impossibile.

Un documentario montato nel 2008 nel sud della Spagna sulla vita di Pat Martino, una leggenda vivente del Jazz.

Partivamo da 60 ore di materiale, che consistevano in un’unica intervista suddivisa per giorni. Un uomo che racconta della sua vita in prima persona dall’inizio a oggi. Ah dimenticavo! Dopo un’operazione al cervello nel cuore della sua carriera aveva completamente perso la memoria. Secondo te quindi cosa ci starà raccontando quest’uomo il cui racconto pare quello di un grande romanzo americano?

Tutto il documentario si fondava sul montaggio.

 

 

Il lavoro con il risultato più sorprendente, date le premesse.

Uno degli ultimi che ho fatto. E’ un omaggio alla grande coreografa tedesca Pina Bausch. Per tempistiche e tagli di budget le riprese erano state via via spogliate di molti elementi. Pensavo che il risultato finale ne avrebbe risentito molto. E invece…

 

 

Chi sono i tuoi compagni di avventura?

Il mio zaino, la macchina fotografica, un portatile e tanti hard disk.

 

 

Quali sono i tuoi maestri?

Di maestri ne cerco di continuo. Ritengo di non dover mai smettere di imparare. Ne ho avuti molti, dai professori della scuola di cinema, ai montatori famosi di cui amo leggere interviste, fotografi e amici.

 

 

Quali sono i tuoi autori cult, contemporanei o meno?

Non avrei lo sguardo che ho verso il cinema se non mi fossi imbattuto in grandi autori che mai smetterò di ringraziare.

In particolar modo sono stato molto influenzato da Michael Mann, Paul Thomas Anderson e Terrence Malick. A quest’ultimo devo la prima volta che mi sono messo a piangere di commozione in un cinema. Molti anni fa.

 

 

Che cosa ti ispira, per fare il tuo lavoro?

La musica, la fotografia… ma anche i rumori della città dove monto un determinato lavoro. La luce, i colori che mi circondano, gli odori, e la velocità di quello che succede intorno. Ogni cosa può contaminare e portare qualcosa di buono al risultato finale. L’importante è non avere timore e provare.

 

 

 

 

 

Progetti futuri?

Ho appena prodotto un cortometraggio a cui tenevo molto. Si intitola Mia madre faceva la pittrice, parla di un viaggio di ricongiunzione tra un figlio e sua madre da cui non ha mai ricevuto amore.

E’ stata un’esperienza del tutto nuova, mettere in piedi da zero questo piccolo film che Matteo Ricca, regista, ha condiviso con me fin dalla fase di stesura della sceneggiatura. E’ stata la prova per tutte le persone coinvolte nel progetto che è possibile realizzare un prodotto di qualità anche a budget ridotto, occorre avere una buona storia, crederci ed essere uniti.

Ora lo stiamo portando in giro per festival, incrociamo le dita!

 

Qui il sito con un po’ di informazioni e tante foto: http://cactusfilm.wordpress.com

e qui, in anteprima, l’ultima pillola di backstage, quella che riguarda il  montaggio :

 

 

Soddisfatto del tuo lavoro?

Il mio lavoro è faticoso, molte volte snervante. Ciò nonostante dà molte soddisfazioni. E appena finisci un progetto già hai fame di incominciarne un altro.

 

 

Cosa stai leggendo?

Confesso che vorrei leggere più di quanto realmente riesca. Di recente ho letto un libro stupendo intitolato La commedia umana di W. Saroyan. Consigliato a tutti coloro che oggi vogliono stare al mondo.

 

 

Dopo questa domanda metti l’intervista in standby e ti guardi…?

La pagina web di Ivan Zacharias! È un altro vero e proprio genio della pubblicità.

 

 

karlovy vary IFF – Trailer 46th edition

 

 

 

THE LAUNDRY ROOM

Di cosa sei più orgoglioso?

Di essere sempre disposto a mettermi in gioco.

In una vita precedente eri.

In sala d’attesa.

Hai animali?

Due gatti, un piccolo coccodrillo e un gufo col gilet. Curioso, anche uno dei miei gatti si chiama Polpetta. Sul serio.

Perchè?

Perché nei giorni di pioggia penso di vivere in una grande barca di legno.

Cosa farai da grande?

Il giro del mondo con gli occhiali da sole e una T-shirt colorata.

Se dovessi impacchettare la tua vita per andartene, solo con le cose che ami di più, cosa porteresti con te?

La mia prima macchina fotografica, il kit da viaggio/sopravvivenza che mi regalò la mia fidanzata all’inizio della nostra relazione e Moon Palace di Paul Auster, chissà che non mi venga voglia di tornare.

Porterei anche il mio gatto rosso, ma non si lascia impacchettare.

Se non fossi stato un montatore?

Vedi sopra.

Com’è la tua scrivania?

Disordinata. Molto.

Tre aggettivi per descriverti.

Insicuro, impulsivo e recidivo.

Una città, per descriverti.

Piccola e con un porto sul mare, ma più che una città ti direi un’isola, Menorca.

Tre film per ridere.

Io e Annie di Woody Allen

Harry ti presento Sally di Rob Reiner

Ricomincio da capo di Harold Ramis.

Tre film per piangere.

Le ballon rouge di Albert Lamorisse

Casablanca di Michael Curtiz

I figli degli uomini di Alfonso Cuaròn.

Una canzone.

Difficile, ne ho molte. Potrei scegliere You are the everything dei R.E.M., tratta da GREEN (1989).

Un concerto.

Bruce Springsteen, San Siro 2003. Ho visto l’uomo capace di fermare la pioggia.

Il giorno più felice della tua vita.

Fortunatamente ce ne sono molti. Tra questi scelgo il giorno in cui mio padre mi ha regalato la mia prima vera macchina fotografica (che uso tutt’oggi). Quello stesso giorno siamo usciti a cena e gli ho chiesto di raccontarmi come aveva conosciuto mia mamma. E’ sempre difficile avere un dialogo con il proprio padre, ma quella sera tutto è stato più semplice.

L’errore che saresti orgoglioso di ripetere.

Comprare quelle ciliegie luccicanti in una calda notte di giugno del 2008.

Il sogno nel cassetto.

Una grande casa sull’isola dei miei sogni.

 

 

Per tutte le informazioni riguardo il cortometraggio Mia madre faceva la pittrice, qui il sito ufficiale.
Per seguire il lavoro di Giacomo Prestinari, http://www.prestihq.com.

 

Interviewed on January 12th 2012, original version in Italian.