Fotografare per Gianluca Maver non è mai stata solo una semplice questione di riproduzione, o forse sì, ma solo quando ha iniziato a scattare, a 18 anni. La natura che esce dalle sue fotografie è un’interpretazione tutta sua, di un mondo nascosto,

 

“di meraviglie che a volte rivestono il banale”.

 

L’ordinario e lo straordinario messo in scena da Gianluca Maver. Come per incanto.

 

 

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Perchè fotografi?

Per necessità.


Raccontami come è andata.

Ho iniziato a fotografare a circa 18 anni, pensando solo a scattare e a fotografare quello che mi piaceva, conservando le immagini come foto ricordo. Poi c’è stato il passaggio dal singolo piacere ad un interesse più specifico, fino al maturare degli ambiti di ricerca, e al desiderio di intraprendere un percorso di studio e di lavoro.


Stando ai tuoi lavori, la natura è domabile, e soprattutto interpretabile.

La natura è uno strumento di ricerca che mi permette di esprimere sentimenti profondi. Mi interessa come ‘teatro’, come scenario per un mondo immaginario che in quel contesto io vado a fotografare, a volte creando come una metamorfosi di essa. Da qui il suo carattere ‘interpretabile’.

 

Dal macrocosmo (mi riferisco, ad esempio, alla serie sull’Arno del 2005-‘06) al micro (Web_2010): qual è stato il percorso della tua ricerca?

Il percorso della mia ricerca, per un lavoro come la serie sull’Arno, concentrato  sulla decontestualizzazione e attento all’armonia della natura in relazione all’uomo, e per la serie Web_2010, è analogo, pur passando da una visione più ampia ad una più ristretta. Entrambi diventano un luogo di meditazione e riflessione in cui tutto sembra vivere come per incanto, rappresentano paesaggi o luoghi ordinari che ci accompagnano nel quotidiano, ma allo stesso tempo offrono la possibilità di stupirsi delle meraviglie che a volte rivestono il banale.

 

 

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L’Arno un percorso visivo, Valdarno 2005-06

L’Arno un percorso visivo, Valdarno 2005-06

Come sei arrivato a realizzare la serie Web_2010?

Il progetto Web_2010 nasce a fine 2009 quando iniziai ad osservare le ragnatele non tanto per la loro perfezione nei dettagli, come in seguito, ma per come venissero tese in relazione con lo spazio: la loro tessitura rappresentava un armonia così delicata ed un senso di incertezza, perchè pronte, dopo esser viste, ad essere eliminate, spazzate via. Questo mi ha portato a riflessioni profonde in relazione anche alla nostra precarietà.

In seguito a queste valutazioni ho iniziato a fotografarle, con un gesto teso a renderle quasi eterne e a mostrare la loro fragilità.

 

Qual è stato invece il processo materiale effettivo, in che modo sono state realizzate?

Quasi tutte le ragnatele sono state riprese nel luogo in cui le ho trovate, e le immagini sono state realizzate con l’ausilio di una luce artificiale, per due motivi: la mancata corretta illuminazione dei luoghi e, secondo, per fermare il loro continuo movimento che si sarebbe notato utilizzando tempi lunghi d’esposizione.

 

 

Web_2010#10 Montevarchi 2011

Web_2010#10 Montevarchi 2011

Web_2010#12 Montevarchi 2011

Web_2010#12 Montevarchi 2011

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Sono rare le persone nelle tue foto, però le trovo piuttosto interessanti. Com’è nata la serie White portrait?

White portrait si è concretizzata  in seguito ad un piacere fatto ad un amica attrice. A lei servivano delle immagini per ampliare il book, mentre a me tornavano utili come oggetto di studio.

Difficilmente avevo ritratto persone prima di questa serie, soprattutto perchè il ritratto mi portava ad una mera riproduzione della realtà e difficilmente domabile. Ho cercato di costruire intorno ad esso una mia poetica e di trovare un linguaggio che mi permettesse di affrontare il tema secondo una mia visione, astraendo la figura, il volto, quanto c’era di personale.

Alle persone ritratte ho chiesto di indossare abiti bianchi e di posare davanti ad un fondale bianco per non avere distrazioni nella visione e per renderli il più possibile come sospesi nell’incanto di un apparizione immersa nella luce.

Il bianco è quello spazio che mi permette di neutralizzare l’immagine cogliendo, della natura e delle cose, la loro essenzialità.

 

 

Piero Bellugi, Firenze 2008

Piero Bellugi, Firenze 2008

 

Gloria Bazzocchi, Petrolo 2007

Gloria Bazzocchi, Petrolo 2007

 

Il 20 ottobre si inaugura la tua prossima mostra presso la galleria milanese RB Contemporary, che vede esposte le tue fotografie insieme alle sculture in ceramica dell’artista ungherese Zsolt Jozsef Simon: è la prima volta?

Insieme a sculture in ceramica sì. Soprattutto con una stretta relazione, come in questa mostra. Sarà un confronto, un dialogo, teso a mostrare due realtà diverse ma con interessi di base molto comuni.


Pur considerando la diversità del mezzo, ‘la mostra presenterà due autori che affrontano la stessa tematica’, come giustamente hai sottolineato: tu cosa vedi, dal punto di vista tuo, delle tue foto?

Nella ricerca generale del lavoro, una sintesi che si concretizza in un segno, una forma. Essenziali.

 

L’oggetto della tua arte è ciò che fotografi o la fotografia stessa?

La fotografia stessa: il mio gesto tende sempre a mostrare un’interpretazione che si distingue dal solo atto di fotografare ciò che creo.

 

Qual è il lavoro che -una volta finito- ti ha dato maggiori soddisfazioni, considerate le aspettative?

Out in Nature, le aspettative c’erano, ma il risultato mi ha gratificato ulteriormente.

 

Out in nature, 2011, 220×800, video installation site specific, Villa Barberino

 

Analogico o digitale?

Prediligo l’analogico, ma utilizzo entrambi.

 

Quante macchine fotografiche hai?

Non ne ho tante per essere un fotografo.

 

La preferita?

La Pentax 6×7

 

Fotografi di riferimento?

Diversi, tanti provenienti dalla scuola tedesca, come Bernd e Hilla Becher, Andreas Gursky, Thomas Ruff. E poi altri ancora come Stephen Shore, Hiroshi Sugimoto.  Ne seguo molti.

 

Altri artisti?

Christian Boltaski, Carlos Garaicoa, Gerhard Richter.

 

Web_2010#2

Web_2010#2

THE LAUNDRY ROOM

Quando non fotografi, cosa fai?

Chiudo gli occhi.

Se non fossi stato un fotografo?

Forse un sarto.

Se dovessi impacchettare la tua vita per andartene, solo con le cose che ami di più, quale delle tue fotografie porteresti con te?

Ne porterei due; il ritratto di famiglia -come suggerirebbe Roland Barthes- ed un fotografia della serie sull’Arno, sicuramente l’immagine che mi trasmette più serenità (ndr. la foto presente in homepage).

Tre aggettivi per descriverti.

Hanno detto “acuto, attento, sensibile” (+ testardo).

Una città, per descriverti.

Berlino.

Un film per ridere.

Tempi Moderni di Chaplin.

Un film per piangere.

Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini.

Una canzone.

Il silenzio del rumore di Battiato.

Un concerto.

The Arcade Fire.

Il giorno più felice della tua vita.

Il 23 Dicembre.

L’errore che saresti orgoglioso di ripetere.

Fare un figlio.

Il sogno nel cassetto.

I capelli.

 

 

Per tutte le informazioni riguardo la mostra NATURAL FORMS con fotografie di Gianluca Maver e sculture di Zsolt Jozsef Simon, http://contemporary.rbfineart.it/. Inaugurazione 20 ottobre.

Per seguire Gianluca Maver, http://www.gianlucamaver.com/

 

Interviewed on September 9th 2011, original version in Italian.