Federica Fragapane è una giovane information designer che nel 2014 ha conseguito il Master of Science, Communication Design presso il Politecnico di Milano. Le sue data visualization sono state pubblicate su importanti riviste italiane ed internazionali quali Wired UK, Wired Italia e sono regolarmente ospitate su La Lettura, l’inserto culturale del sabato del Corriere della sera. Oltre ai dati ed alla loro rappresentazione grafica si interessa da sempre di teatro. Tentiamo di farvi scoprire qualcosa di più su Federica, sulla data visualization e su ciò che le piace cantare sotto la doccia.

wired federica fragapane

‘Go west!’

Federica Fragapane, come detto, è una information designer, una figura professionale relativamente nuova e che forse per questo, ancora non ha trovato una sua definizione condivisa dai teorici del settore. Spiegaci quale è la definizione di information designer che più senti specificatamente tua in quanto Federica e quale pensi siano invece in generale le caratteristiche di un information designer?

La pratica dell’Information Design è legata alla comunicazione e organizzazione delle informazioni: in generale è questo ciò di cui un information designer si occupa e di cui mi occupo anch’io. Più nello specifico, nel corso degli anni mi sono specializzata nell’ambito della visualizzazione di dati, lavorando per organizzazioni, aziende, magazine e in generale per l’editoria.

Studiando il tuo percorso professionale, oltre alla passione per il teatro su cui torneremo, spiccano senz’altro le tue esperienze con realtà oramai affermate a livello internazionale come Density Design, il laboratorio di ricerca del Politecnico di Milano del gruppo di Paolo Ciuccarelli e soprattutto Accurat, una realtà tutta italiana di primissimo livello che oramai da anni si è ritagliata un ruolo di primo piano nel mondo della Data Visualization internazionale. Potresti descrivere le due esperienze da un punto di vista del lavoro che hai svolto e del valore aggiunto che ti hanno portato? Qual è secondo te la differenza principale fra le due e quali i punti di forza di queste due realtà?

Entrambe le esperienze sono state fondamentali per me dal punto di vista professionale. Frequentare il corso di Density Design al Politecnico mi ha permesso di entrare in relazione con il mondo dell’Information Design e di capirne e apprezzarne le molteplici sfaccettature e potenzialità. Il corso mi ha fornito le basi fondamentali da cui partire per una ricerca personale e professionale nell’ambito della data visualization e ha fatto sì che io mi appassionassi alla possibilità di analizzare e visualizzare fenomeni complessi e tematiche attuali e urgenti. Trovo che lo spazio dato al rapporto tra contenuti rilevanti e significativi e la loro visualizzazione sia un importante punto di forza di Density.

Lavorare ad Accurat mi ha permesso di esplorare moltissime delle potenzialità della data visualization e di sperimentare visivamente, aspetto per me molto importante. La fiducia e le responsabilità che mi sono state date nel corso degli anni, inoltre, hanno aiutato molto la mia crescita professionale. Pur essendoci delle finalità diverse rispetto al corso di Density Design – che essendo un laboratorio di ricerca ha un rapporto diverso con il mondo commerciale – nel corso degli anni trascorsi ad Accurat lo studio, la ricerca e la sperimentazione hanno sempre avuto un ruolo fondamentale. Credo che questo sia un bellissimo punto di forza di Accurat, insieme al fatto di avere un team composto da persone veramente talentuose (e a cui sono molto affezionata).

work for accurat federica fragapane

‘The catalogue of the extinct species’

Svetlana Alexievich's powerful words

‘Svetlana Alexievich’s powerful words’

In medio stat virtus è una locuzione latina già presente però nei filosofi greci come Aristotele che invita a ricercare il più possibile il giusto equilibrio fra gli estremi, Con il tempo io ho imparato, con un po’ di sorpresa lo ammetto, ad apprezzare le virtù dell’equilibrio, la ricerca del bilanciamento che favorisce la stabilità e penso di poter dire che questo valga un po’ in tutti gli ambiti della vita sia personale che professionale. Se pensi a quella che deve essere una dialettica infinita fra estetica e funzionalità delle visualizzazioni dei dati e dei fenomeni, quali sono le tue idee circa il concetto di equilibrio?

La ricerca di un equilibrio tra estetica e funzionalità è una costante del mio lavoro. Il livello di complessità delle mie visualizzazioni può cambiare molto in base al committente, alle finalità e soprattutto al contesto di utilizzo. Le visualizzazioni che realizzo per La Lettura per esempio sono complesse, perché partono da dataset complessi e sono il risultato di una costante sperimentazione e ricerca di linguaggi visivi nuovi. E proprio per bilanciare questa complessità estetica dedico molto tempo alla creazione di una legenda che spieghi come leggere la visualizzazione. Ogni volta che progetto una visualizzazione per La Lettura lo faccio creando un nuovo alfabeto visivo e per questo motivo i lettori devono avere a disposizione una chiave di lettura chiara.

Fondamentale in ogni caso è il contesto di utilizzo. La Lettura è un supplemento culturale che esce nel fine settimana e le visualizzazioni che realizzo sono legate a un tipo di lettura “lenta”: progettare una visualizzazione per La Lettura per me è un atto non molto diverso da quello di scrivere un articolo lungo o un racconto che può essere letto con calma. Sicuramente c’è un primo livello di informazione più immediata, ma a questo livello solitamente ne aggiungo altri più dettagliati, che possano essere letti e analizzati prendendosi il dovuto tempo per farlo e avendo però a disposizione gli strumenti per poterlo fare. Totalmente diversi per esempio sono i grafici – molto più semplici e classici – che ho realizzato per il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente: in questo caso il contesto di utilizzo fa sì che la bilancia debba spostarsi maggiormente sul lato della funzionalità. Credo quindi che tenere un equilibrio tra estetica e funzionalità sia fondamentale, ma che le modalità con le quali si ottiene questo equilibrio possano cambiare in base al tipo di progetto.

La data visualization, un ambito relativamente giovane, ancora vive una fase di sperimentazione, di ricerca e di conquista sia di tecniche e strumenti che di gusti e stili. Quali pensi siano alcuni degli ambiti in cui ancora esistono ampi margini di sperimentazione e quali saranno i futuri sviluppi di utilizzo e diffusione delle visualizzazioni dei dati che ancora non sono stati presi in considerazione?

Penso che la data visualization abbia potenzialità di sperimentazione e ricerca in moltissimi ambiti diversi, da quello medico a quello sociale e anche in ambito artistico. Personalmente sono molto interessata al rapporto tra dati e persone e alla visualizzazione di dati vista come strumento per dare voce alle persone. In un periodo come questo, in cui i dati sono diventati un bene prezioso – e per questo motivo a volte vengono “rubati” – trovo che possa essere importante e utile visualizzare informazioni fornite volontariamente (importante specificarlo) dalle persone per dar loro voce. Questo concetto è legato a uno degli ultimi progetti a cui ho lavorato, “The Stories Behind a Line” .

Il sito è una narrazione visiva del viaggio di sei richiedenti asilo arrivati in Italia nel 2016 e che hanno accettato di raccontarmi la loro storia e il loro viaggio. Lo scopo per me era quello di utilizzare il potenziale della data visualization per trattare un tema rilevante e complesso come quello dei flussi migratori fornendo un punto di vista in più, sicuramene molto personale e – credo proprio per questo – prezioso. I dati che ho raccolto e poi visualizzato sono molto semplici: giorni di viaggio, chilometri percorsi, mezzi di trasporto e penso che proprio per la loro semplicità possano essere comunicativamente significativiLavorare a questo progetto, entrare in contatto con queste persone e con le loro storie e vedere poi le diverse reazioni dopo la pubblicazione (reazioni che mi hanno positivamente colpita) sono tutti aspetti che mi hanno fatto capire come la data visualization possa diventare uno strumento importante non solo per comunicare alle persone, ma anche per dar loro voce.

the stories behind the line federica fragapane

‘The stories behind the line’

the stories behind the line federica fragapane1

‘The stories behind the line’

Il teatro è una delle tue grandi passioni sia come interprete che come autrice. Quale pensi sia, se esiste, il legame che collega i dati, la loro visualizzazione, il teatro e la sua rappresentazione?

Penso che la mia passione per il teatro abbia un’influenza sul mio approccio alla data visualization e penso che, sì, esista un legame perché in entrambi i casi si tratta di un atto comunicativo. In entrambi casi c’è un messaggio che viene trasmesso, un “pubblico” a cui il messaggio è indirizzato e un ventaglio di modi diversi con cui questo messaggio può essere trasmesso. Ho notato che le modalità con cui lavoro a uno spettacolo (come autrice o attrice) e a una visualizzazione dei dati non sono così diverse.

Per fare un esempio, nel momento in cui scrivo o visualizzo cerco di dosare sempre le parole o gli elementi visivi: nelle mie visualizzazioni ogni elemento ha sempre una funzione precisa, senza decorativismi, e la stessa cosa vale per le parole che scrivo. Il fatto che un personaggio sia su un punto del palco e sia vestito in un determinato modo risponde a un motivo, così come il fatto che un elemento visivo abbia una posizione in un grafico e sia di un determinato colore. C’è poi il lato emotivo, che penso possa essere interessante da esplorare. In questi anni sto lavorando a un esperimento, un incrocio tra teatro e data visualization. Si tratta di un spettacolo, “Il punto è questo”, che ho portato in scena per la prima volta più di un anno fa e in cui ciò che avviene in scena e i dialoghi tra i personaggi vengono anche tradotti visivamente e proiettati. Penso che la data visualization possa dare al teatro una nuova componente visiva interessante e che il teatro possa arricchirla con il suo carico emotivo.

Il tuo ambito lavorativo, pur interessando diversi campi che vanno dalla grafica alla statistica e oltre, penso si possa accostare anche e soprattutto al mondo dell’informazione e della comunicazione. Proprio partendo dal fatto che sono disponibili sempre più informazioni per chiunque, che esiste più o meno gratuitamente la possibilità di informarsi per tutti e su ogni argomento, come spieghi questo montante sentimento di chiusura, di acido pessimismo e di scarsa fiducia nel domani che da qualche anno sta diffondendosi fra le persone?

Penso che purtroppo questa bellissima opportunità di informarsi con facilità sia affiancata da uno sfruttamento dell’opportunità stessa per fini discutibili. Credo che questo tipo di accessibilità alle informazioni faccia sì che ci sia anche bisogno di un buon livello di capacità critica e di discernimento: non tutto quello che viene scritto è vero e spesso vengono diffuse informazioni false / semi-false / comunicate male proprio per inasprire questo sentimento di chiusura. È un fenomeno sicuramente non nuovo, ma la cui portata aumenta esponenzialmente con l’avanzamento tecnologico e credo che negli ultimi anni stia avendo un peso non da poco.

sky map federica fragapane

‘Sky Map’

‘Web Haters’

Una data visualization possiede una componente artistica rilevante fatta di forme e colori appropriati al tema e ai dati da mostrare. Qual è il tuo rapporto con il mondo della grafica? Indicaci 3 nomi di grafici o illustratori che ami e spiegaci il perché di questo amore.

Prima di ogni progetto nuovo mi prendo sempre un momento per lasciarmi ispirare da forme visive e colori che trovo belli e visivamente soddisfacenti, però devo dire che più che dalla grafica attingo al mondo dell’arte o della natura. Pensando a questo un primo nome che mi viene in mente è quello di Katsushika Hokusai, per l’eleganza e i colori. Sono innamorata delle illustrazioni di Quentin Blake, probabilmente perché da bambina ho letto tantissimi libri accompagnati dalle sue illustrazioni e mi ci sono “persa” moltissime volte. E poi c’è Vincent van Gogh, perché la carica emotiva delle sue opere ha su di me un impatto fortissimo.

Scorrendo i tanti temi che hai scelto per le tue visualizzazioni fra cui ricordo il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, il crimine nel Nord Italia, il traffico di droga ed altri, si nota come molti riguardano temi che hanno a che vedere con i problemi della nostra società. Immagino che questo non sia dovuto solamente al target di riferimento ed alla presa che deve avere sui lettori, ma anche a scelte tue personali che implicano un sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una collettività. Per quanto mi riguarda sono convinto che certe scelte siano, nel piccolo di ognuno di noi, dei minuscoli esempi che a loro volta, provengono da riferimenti che abbiamo fatto propri e che inconsciamente ci guidano nei nostri comportamenti. Quali sono tre esempi, tre figure che pensi abbiano avuto un ruolo fondamentale nel tuo essere diventata quello che sei oggi?

Sì, in molti casi propongo io stessa i temi da visualizzare e trovo che questa sia una bella responsabilità e che sia giusto utilizzarla trattando tematiche rilevanti e significative.

Sicuramente ci sono dei riferimenti che più o meno inconsciamente hanno avuto un ruolo nel guidare quello che sono e le mie scelte. Come prima figura ci sono assolutamente i miei genitori e mio fratello (unendoli in una figura unica!). E poi credo che due figure per me significative siano state Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mi ricordo di aver letto la loro storia da ragazzina e penso che il modo in cui la loro vita mi ha colpito all’epoca abbia avuto un certo impatto su parte di quello che sono oggi.

Crime in Nothern Italy

‘Crime in Nothern Italy’

Bob Dylan's words

‘Bob Dylan’s words’

Un TED di qualche anno fa mi colpì molto perché aveva come titolo “L’ottimismo come forma di lotta”. In quel breve video l’autore cercava di dimostrare l’immensa fatica che può sottostare alla continua ricerca di un domani migliore, alla lotta minoritaria con cui farsi testimoni di questa ferrea volontà. Cosa pensi sia al giorno d’oggi l’ottimismo e su quali basi ha senso definirsi tali?

Non so se sia la persona più adatta a parlare di ottimismo, perché il mio approccio all’ottimismo è composto da picchi altissimi e bassissimi! Per me essere ottimista vuol dire avere fiducia, penso che sia un atto molto difficile ma anche che ce ne sia bisogno.

Credo che ognuno di noi nell’arco della propria vita si sia prima o poi imbattuto in un proverbio, un motto, una citazione a cui con il tempo si è affezionato, che ha avuto un ruolo nelle scelte della vita o che semplicemente aiuta nei momenti difficili o nel quotidiano lavoro professionale. Qual è dunque la frase con cui Federica Fragapane chiude questa intervista e soprattutto quali sono i motivi per cui ha scelto proprio quella?

«Don’t bend; don’t water it down; don’t try to make it logical; don’t edit your own soul according to the fashion. Rather, follow your most intense obsessions mercilessly. »

È spesso attribuita a Franz Kafka, ma pare che invece sia stata scritta da Anne Rice. È una frase a cui penso spesso, sintetizza il modo in cui vedo molti aspetti della mia vita e mi sprona un po’ quando mi vengono dubbi su quello che faccio!

Planet Earth

‘Planet Earth’

‘Planet Earth’

THE LAUNDRY ROOM

Il film in cui i tuoi occhi non hanno freni e regolarmente sgorgano lacrime.

In generale dipende dal momento più che dal film. Nel momento giusto piango senza problemi anche per Dumbo.

 Quali forme e colori sceglieresti per creare la data visualization di Federica Fragapane.

Le forme e i colori delle foglie.

Il film di cui avresti voluto essere la protagonista.

Parlando “da attrice”, praticamente qualunque film con Anna Magnani.

L’ultima volta che ricordi di aver avuto la pelle d’oca e perché.

Ogni volta che leggo commenti razzisti/misogini/omofobi sui social, perché portano alla superficie una parte di mondo che mi spaventa, ma non va ignorata.

 La canzone che pensi di aver cantato più spesso sotto la doccia.

They Can’t Take That Away From Me (senza ricordarmi davvero le parole e nella mia mente nella versione cantata da Ella Fitzgerald e Louis Armstrong).

Il momento in cui hai detto per la prima volta “ti amo”.

Quello sbagliato!