street art_Mural-Fontfacescroll down for English version

Ci vuole una sensibilità particolare per fare arte, così come per interpretare le cose che ci circondano. Gabriele Demarin è una di quelle persone che quella sensibilità ce l’ha. Non si ferma alla superficie delle cose, né in fatto di arte né quando si tratta di luoghi comuni. E’ diretto -ma non rude- senza  fronzoli, e incredibilmente acuto.

Triestino d’origine, ma trapiantato a Milano dopo una parentesi londinese, dal 2004 è attivo sulla scena della street art italiana e straniera sotto la firma Fontface.

Lo abbiamo intervistato per scoprire di più.

Fontface_Gabriele Demarin_trieste_2013

street art_Ladder-Fontface

photo Federico Villa

Chi è Fontface? E chi è, invece, Gabriele Demarin?

Fontface è semplicemente il mio tag, il nome che ho scelto in modo molto ingenuo nel 2004 quando ho iniziato ad entrare nel mondo della cosiddetta street art. In realtà Fontface è la parte libera di Gabriele Demarin e, forse banalmente, quella più lontana dalla mia realtà quotidiana e, all’opposto, quella più vicina a ciò che sarei voluto essere veramente. Non credo che i due nomi si possano attribuire a due entità diverse della mia persona quanto, forse, a due intenti diversi e distinti che caratterizzano la mia vita.

Quando ti sei avvicinato alla street art?

Durante la seconda metà degli anni ’90 ero molto attratto dai graffiti. Avevo la mia crew, il mio quaderno degli schizzi, la mia tag (s.ker) e anche qualche soldo per comprare un po’ di bombolette. Peccato mi mancassero tecnica e coraggio e il mio iter per diventare un bravo writer si è fermato dopo il secondo (orribile!) graffito. Un po’ soffro ancora oggi per non essere mai riuscito ad esprimermi coi graffiti, di non aver mai trovato un mio stile in quel campo, penso siano una forma artistica molto più pura e ‘cazzuta’ di molte altre. Nei primi anni 2000 poi, ho iniziato ad auto-produrre stickers a mano o fotocopiati che trattavano quasi prettamente temi politici. Questa tecnica mi piaceva molto perché potevo far girare il mio messaggio molto facilmente senza grossi rischi né grandi spese per i materiali. Il processo che mi ha portato ad iniziare il lavoro di Fontface è partito proprio da qui e, nel 2004, sono entrato nella scena dei post graffiti senza nemmeno sapere che ne esistesse una. In realtà non ho usato la strada come una galleria – come spesso sento dire da altri – bensì come un veicolo per trasmettere i mie messaggi, come un posto libero in cui potermi esprimere e comunicare, a chiunque passasse, che esistevo e avevo qualcosa da dire.

street art_Fontface _London_2008 street art_Fontface _London_2009

Per un periodo di tempo hai preferito rimanere anonimo. Recentemente, invece, hai scelto di essere identificato con la tua arte. C’è un motivo particolare?

Credo sia banalmente dovuto al passare del tempo. Il tempo è passato sia per me, che non sento più la necessità di rimanere anonimo e che non faccio tanti lavori illegali, sia perché ormai il mondo ha accettato così tanto la street art – e la street art ha leccato così tanto il culo al mondo – che non c’è più alcun bisogno di nascondersi. Chi avrebbe mai detto nel 2004 che, un giorno, avrebbero staccato le opere dai muri per poi conservarle e rivenderle?

Alcune delle tue prime opere usavano i caratteri presenti nella tastiera per creare espressioni enigmatiche di persone o stilizzazioni di animali. Da cosa è nata l’idea?

Quella è stata la prima fase del mio lavoro ed è stata abbastanza longeva, ha caratterizzato – se pur subendo svariate evoluzioni – la maggior parte della mia attività artistica regalandomi quel poco di notorietà che ho ottenuto negli anni. 

Tutto è nato dalla delusione che ho provato nel momento in cui, approcciando la quotidianità del lavoro di grafico, ho sentito la necessità di evadere da quelle regole e quei dogmi che erano troppo lontani dalla purezza della grafica che mi era stata insegnata e teorizzata durante gli studi. Così, a 22 anni, già disilluso per il fatto che non avrei mai potuto esprimermi come desideravo, inconsciamente ho trovato la mia valvola di sfogo creando Fontface e utilizzando i caratteri tipografici per creare espressioni più o meno complesse inserendole in un quadrato dal bordo nero ed appiccicandole in giro per la città.

Sono passati 12 anni e ancora utilizzo il quadrato, i font invece li ho lentamente abbandonati durante le mie varie fasi di evoluzione artistica e personale.

street art_Mural-Fontface_Milan_2015 street art_Mural-Fontface_Milan

Successivamente hai creato la serie con le figure storiche (MAO / MOSHE DAYAN / ATATÜRK). C’e’ qualche motivo in particolare per il quale hai deciso di esplorare questo tema?

La serie delle figure storiche è partita dal ritratto di Mao che ho elaborato osservando l’insegna di un meccanico nella periferia di Parigi. Da quel primo quadro ne sono nati altri quattro, frutto di una ricerca personale legata al personaggio storico ed alle forme ed i colori che lo caratterizzano, ricerca che però mi ha annoiato abbastanza velocemente ed ha segnato solo una brevissima parte della mia produzione.

Mi piacciono ancora molto quei quadri ma li vedo come una tappa di passaggio tra il Fontface più classico e quello che invece produco oggi.

Gabriele Demarin_street art_Mural-Fontface

Di recente, invece, hai creato delle scale in legno bicolore bidimensionali? Cosa rappresentano?

La scala è un elemento che mi ha sempre ispirato molto sia per forma che per significato. Ci sono voluti diversi anni prima che io riuscissi a renderla parte del mio lavoro, prima che riuscissi ad accettare la forma che avevo disegnato e visualizzarla come qualcosa di mio.

Questo elemento simbolico nei miei lavori è una rappresentazione della realtà, ossia di come io la percepisco: i piani bidimensionali che illudono l’occhio alla tridimensionalità, ma che proiettano ombre realmente tridimensionali, non sono altro che la parafrasi visiva di ciò che spesso io mi convinco sia reale perché in fondo non riesco a comprenderne la complessità. La scala inoltre è un elemento di transito, un mezzo che utilizzo per portare virtualmente il fruitore del mio lavoro verso altri universi.

street art_Ladder-Fontface_detail

street art_Ladder-Fontface_4

photo Federico Villa

street art_Ladder-Fontface_3

photo Federico Villa

Come nasce l’idea per un nuovo lavoro? E da cosa trai ispirazione?

Il processo creativo per me è diventato sempre più lento. Mi piace non avere fretta nel realizzare qualcosa che ho soltanto immaginato, l’iter è complesso e possono passare molti i mesi prima che io inizi a preparare il lavoro definitivo, sia su muro che con altre tecniche.

L’ispirazione nasce da moltissimi fattori: libri, quadri, foto, idee. Posso essere ispirato da una situazione bella o dal lavoro di qualcun altro ma ciò che più mi emoziona è la forma semplice, le linee, i quadrati, i cerchi, le tinte piatte. Ho spesso tentato di “sporcare” il mio stile per renderlo meno noioso, provando di abbandonare il rigore dei miei colori pieni e delle mie linee pulite, invano però, perché palesemente non ci sono mai riuscito. Questa eterogenesi degli intenti mi fa pensare molto alla mia fonte d’ispirazione che può partire dall’amore per un quadro di Ligabue e magari inconsciamente sintetizzarne solamente l’arancione.

Qual è la tua professione attuale? Dove vorresti che fosse Fontface/Gabriele Demarin in un prossimo futuro?

Guadagno lavorando per una famosa azienda di design industriale: il lavoro mi ruba davvero molto tempo, energie e buona parte del mio sforzo cerebrale. Mi permette però di essere totalmente libero nella mia arte, non devo guadagnarci nulla quindi ho la fortuna di poter essere totalmente disinteressato al risultato, se non in quello di appagare me stesso.

Per quanto riguarda il mio futuro spero di poter vivere in campagna, lasciare un giorno le grandi città e potermi circondare delle persone che amo e dai miei quadri.

Per scoprire di più sul lavoro di Fontface/Gabriele Demarin ☞  www.facebook.com/fontface

Fontface_firma_wall

When it comes to art, you really need to own a specific sensibility. This same quality is essential when interpreting the environment that surrounds you. Gabriele Demarin is among those who own this specific outlook of the world. He’s not affected by the surface of things, neither when it comes to art nor when it’s a matter of universal truths. He’s straightforward (without being rude), frank and incredibly witty.

Originally from Trieste, a seaside town in the north – east of Italy, and currently living in Milan after a stint in London, since 2004 he has been active in the Italian and international street art scene under the signature Fontface.

We chatted with him to discover a little bit more.

street art_fontface_2012

Who’s FontFace? Who’s Gabriele Demarin, instead?

Fontface is simply my tag. It’s the name that very much candidly I chose back in 2004 when I first made my first steps within the so-called ‘street art’. Actually, Fontface is Gabriele’s free spirited side and, even more banally, it is also a far cry from my everyday reality. Nevertheless, it’s also what I would have liked to actually become. I am not sure whether the two ‘names’ could be attributed to two different entities or, more simply, they are just two different sides of my personality characterising my life.

When did you approach the street art scene?

During the second half of the ‘90s, I was very attracted by graffiti. I had my crew, my sketchbook, my own tag (s.ker) and a bit of pocket money to buy a couple of spray cans. Unfortunately, I lacked the technique and being brave. For this reason, my experience as a writer stopped after my second (horrible!) graffiti. It still hurts a little bit not to have expressed myself through graffiti, nor to have found my own style within this technique. To me, graffiti is an art form. It is much more ‘authentic’ and ‘badass’ than the other forms of art. After this stint with graffiti, in the early 2000s, I began to create and print stickers which I had drawn by hand or photocopied in which I expressed my political beliefs. I really liked this way of expressing my personality and my views, as I could easily spread my message while keeping low the costs of the materials I used. Fontface started out of this activity. So, in 2004, I entered the graffiti art scene without even being aware of its existence. However, I’d like to point out that I never used the street as my personal gallery space, as has often been attributed to me. To me, the street has acted as a tool for my ideas, as a place in which I could express my thoughts to everyone willing to hear me by letting them know that I was alive and I had something to say.

street art_Monnalisa_London_Oldstreet_2008
Initially, you preferred to remain anonymous. More recently, you have changed your mind. Is there a specific reason?

I think this change of mind, it’s due to the time passing by. That time, when I wanted to remain anonymous, is over now. That happened for two reasons: not feeling necessary to hide anymore as I stopped creating artworks in public spaces, and [it also happened] because public opinion became so accustomed to street art – and, as a consequence, street art has so much “brown – nosed” the public – it has lost its underground beginnings. Who would have ever said back, in 2004, that one day graffiti would have literally been removed from the walls to be stored and then sold?

Some of your early work used keyboard symbols to create enigmatic expressions of people and stylised animals. Where did this idea come from?

That one, it has been the first phase of my work, and it has lasted for quite a while. It characterised – although evolving-  a big part of my artistic production gifting me with that little notoriety that I still have.

Everything started from the disillusionment I felt in the moment in which, working as a recently graduated graphic designer, I crashed with the everyday reality of this profession. I felt the urge to escape from that set of rules and dogmas I had to follow, and that they were far away from what I had been taught during my studies. As a result of this realisation, aged 22, I was already disillusioned by realising that I would have never been able to express myself as I really wanted. Unconsciously, I found my creative outlet by creating Fontface and using typefaces to create more or less complicated expressions, I encased them in a black squared-shape frame and started sticking them around.

It has been almost 12 years now, and I am still using the squared-shaped frame as one of my trademarks. As for the rest of the elements, I decided to move away from typefaces because of my personal and artistic development.    

You also had a go creating your personal take of portraits featuring some historical figures as Mao, Moshe Dayan, Atatürk. Is there a specific reason that made you decide to do it?

This series of portraits dedicated to historical figures started from a portrait that I created about Mao. I had this intuition when I was contemplating a mechanic sign in a Parisian suburb. From that first painting, I created a series of four which were the result of a personal research linked to each of the historical figures and the colours that represent them. Unfortunately, I got bored quite quickly. Hence, these works are a “unicum”.

I am still really pleased with the results, but I see them as a phase between the early stage of Fontface and what I am creating at present.

street art_fontface_Ladder2_Intera     fontface_street art_Ladder1_particolare

Your most recent work features bicolour and bi-dimensional ladders? What do they represent?

The ladder, as an object, is something that it has always inspired me because of its shape and its intrinsic meaning. It took time for me to finally use it in my art, to like the specific shape I gave to it and to feel  it as something truly mine.

This symbolic element in my work production is a representation of my perception of the  reality. The bi-dimensionality of these ladders – that through their shades give the impression of being tri-dimensional even when they are not – symbolise what I perceive from the reality that surrounds me as being true even when it’s not. The ladder, on the other hand, is also a transitional element, a tool I use to ‘virtually’ teleport who is looking at  my work in other realities.

How and from where does your creative process start?

Over the years, my creative process has slowed down a lot. I like not being in a rush into realising something that I have just dreamt of. Regarding my creative process, it’s a bit complex. It can pass a lot of time (even months) before starting a new project, being an artwork on a wall or something else.

I take inspiration from everything: books, paintings, pictures. I could take inspiration by a positive event that is happening in my life or from someone’s else work. However, what struck me the most is simple shapes, lines, squared, circles, colour blocks. I have often tried to ‘dirty’ my artistic trademark style and revamp it a bit by trying to getting rid of my colour block palettes and straight lines. However, it clearly didn’t work out. My inspiration can start from the sight of a Ligabue painting that I love and, almost unwillingly, singling out just one specific detail as, for example, the orange of the background. 

Where do you currently work? Where would you (Fontface/Gabriele Demarin) like to be in the near future?

I earn my life working for a renowned industrial design firm. My daily job takes so much of my time that, after that, I have little left. On the one hand, this allows me to have free reign over my artistic production as I don’t necessarily need to live off it. Having this freedom, also means that I am the only one to please with the final outcome of my work.

As for my future, I would love to live in the countryside, leaving behind me the big city I currently live in,  and being surrounded by people I love and my artwork.

To discover more about Fontface/Gabriele Demarin ☞  www.facebook.com/fontface