Giovanissima, ma incredibilmente lucida e dal talento inarrestabile, sia in patria che oltre oceano: l’illustratrice italiana Olimpia Zagnoli collabora con il New York Times dal 2008, quando armi, bagagli e portfolio sotto al braccio, ha bussato alla loro porta per sapere cosa ne pensavano del suo lavoro.

L’arte e la creatività le scorrono letteralmente nelle vene, entrambi i genitori sono artisti, ma non per questo ha visto la sua strada spianata dall’inizio:

Dopo aver pubblicato per qualche testata americana è stato più facile guadagnare la fiducia dei miei connazionali. Lo consiglio a tutti.

Il suo stile POP è inconfondibile, ma guai definirla un’icona!

Lasciamo spazio alla divertente intervista con Olimpia Zagnoli… che in amicizia potete chiamare anche OZ!

 

Olimpia Zagnoli

Ciao Olimpia, ci capita di parlare con te a cavallo del tuo compleanno “mancato” (il 29 febbraio, ndr): auguri first of all! Come l’hai festeggiato, e soprattutto, quando?

Quest’anno ero a Bologna per il finissage della mia mostra “OzaZoo” da Zoo. Solitamente approfitto della confusione bisestile per protrarre i festeggiamenti per due giorni!

Quale senti che sia stato il tuo primo lavoro di successo?

Probabilmente il primo lavoro che ho fatto per il New York Times, nel 2008.

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Se ti chiedessimo qual è stato lo sforzo più grande per arrivare al tuo stile?

Lo sforzo più grande è forse stata la pazienza di aspettare e vedere il mio lavoro trasformarsi di giorno in giorno.

Lo sai che c’è chi ti considera un’icona nel panorama artistico? Cosa risponderesti?

Che non è il caso!

Quando realizzi illustrazioni per stampa e libri, senti a volte il limite di dover accompagnare un testo scritto?

Credo di aver sviluppato il mio stile anche grazie ai limiti che mi sono stati imposti da clienti sgangherati, articoli noiosi e art director impazziti. Quindi non mi lamento, anzi.

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Il tuo successo è iniziato negli Stati Uniti, com’è poi arrivato in Italia?

Dopo aver pubblicato per qualche testata americana è stato più facile guadagnare la fiducia dei miei connazionali. Lo consiglio a tutti.

Come vivi il rapporto con gli art director americani? Ti danno molti input o si lasciano stupire?

Dipende, alcuni sono molto didascalici, altri più intrepidi. Di solito preferisco i più coraggiosi.

Qual è il miglior consiglio che i tuoi genitori –entrambi artisti- ti abbiano mai dato?

Di essere indipendente.

Se dovessi scegliere una persona che ha marcato la differenza nel tuo percorso, chi sarebbe?

Non credo ci sia una sola persona. Ho conosciuto negli anni tante persone che mi hanno fatta crescere come artista e come persona. Soprattutto quelle che hanno creduto in me per motivi a me ignoti.

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Hai affermato che creare il manifesto per l’MTA Arts&Design, per la metro di New York, è stata la realizzazione di un sogno: hai già un prossimo dream job da inseguire?

Sì ne ho molti, ma non li dico!

Sei stata anche regista di video musicali per gruppi indie italiani, qual è l’approccio di una illustratrice nel campo del video?

Non essendo una video-maker professionista, l’unica mia ancora di salvezza è quella di usare gli stessi criteri che seguirei se dovessi costruire un’ illustrazione. Parto da un’idea visiva e cerco di lavorare sull’inquadratura, sui colori e poi cerco di capire come realizzarla tecnicamente.

Su cosa stai lavorando ora? I tuoi prossimi progetti all’orizzonte, professionali e personali?

In questo momento, oltre alle solite illustrazioni, sto collaborando con una casa di moda su un progetto che non avevo mai affrontato prima. Sto lavorando anche a delle nuove installazioni per una mostra e, nel tempo libero,  sto facendo un corso di ceramica.

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THE LAUNDRY ROOM

Di cosa sei più orgogliosa?

Ancora mi sembra incredibile di poter pagare l’affitto da sola.

Per cosa sorridi?

Focaccia e neonati.

Se non fossi stata un’illustratrice?

Avrei voluto fare l’archeologa o l’architetto.

Se dovessi impacchettare la tua vita per andartene, solo con le cose che ami di più, cosa porteresti con te?

Libri in un container.

Cosa c’è sulla tua scrivania?

Troppe cose.

Il tuo primo ricordo d’infanzia?

Assaggiare lo champagne a casa di mia nonna.

Tè o caffè?

Tè.

Un artista.

Pablo Picasso.

Un libro.

Esercizi di stile di Raymond Queneau.

Un film per ridere.

Le vacanze di Monsieur Hulot di Jacques Tati.

Un film per piangere.

Her di Spike Jonze.

Una canzone.

Satellite of love di Lou Reed.

Un concerto.

Le Tigre, al Tunnel di Milano nel 2002.

Il giorno più felice della tua vita.

Non saprei.

L’errore che saresti orgogliosa di ripetere.

Tutti quelli che non comportano acqua ossigenata e cerotti.

Il sogno nel cassetto.

Essere una rock star.

 

 

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Interviewed on April 28th 2015 by Margherita Visentini.