Incontrare i Three In One Gentleman Suit è come sedersi a tavola per il pranzo della domenica, ti senti davvero a casa. Non sarebbe spararla grossa se dicessi che sono una delle migliori rock band del nostro Paese. I loro cinque album ne sono la prova, sempre dieci passi avanti, eppure saldi e coerenti alla propria identità.

Giorgio, Paolo e Federico sono musicisti sanguigni, che non si risparmiano sul palco -e ve lo assicuro, vedere i loro concerti è una tappa necessaria per apprezzarli a pieno- ma che hanno anche i piedi ben piantati per terra, qualità delle persone disponibili ed umili, quali si sono dimostrati anche durante la nostra visita a Finale Emilia (MO). Oltre a divertenti aneddoti sulla pigrizia di Federico e il ritardo perenne di Paolo, ci hanno anche parlato di Notturno, ultimo lavoro della band, pubblicato da To Lose La Track.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Paolo Polacchini e Giorgio Borgatti.

Threee in one gentelman suite , Febbraio 2016 , Finale Emilia

Threee in one gentelman suite , Febbraio 2016 , Finale Emilia

Vi è mai capitato di dover spiegare ad uno straniero o una persona che non sa nulla sulla musica italiana qualcosa al riguardo? Come ve la siete cavata?

P.P. Ci è capitato, non tantissime volte ma è capitato… e devo essere sincero, difficilmente parlo della scena musicale attuale (quella mainstream o quella indie) per una serie di ragioni. Primo perché sono convinto che la musica italiana esista, abbia degli stilemi ben precisi, una forma codificata ed un contesto delineato; secondo perché tutto quello che è musica italiana propriamente detta, secondo me, risale ad un po’ di tempo fa; terzo perché chi fa musica ora -sia indie o mainstream– deve comunque approcciarsi in maniera internazionale alla materia musicale, quindi la definizione di “musica italiana” non trova posto a mio modesto parere. Quello che succede è che finisco per parlare di De Andrè con le sue ibridazioni etnico-mediterranee, i suoi ricorsi al dialetto genovese, la sua vita, il suo rapporto con la vicina Francia e le sue tradizioni, il mare, i sobborghi e la sua poetica degli ultimi; tutto questo ha un connotato fortemente territoriale che non può essere disgiunto dalla “italianità” in senso geografico, sociale e filologico della musica di De Andrè.

Parlo di Paolo Conte, che ha mescolato le influenze swing e jazz con la popolare italiana, con le balere, con i dischi di importazione americana tenuti come oro negli scaffali. Poi magari divago e menziono un gruppo come i Perturbazione che, sempre secondo me, sono in un certo senso i prosecutori di certa canzone italiana passata al setaccio di tante esperienze esterofile che però ne costituiscono un elemento sinergico e non semplicemente estetico. Non parlo di Vasco Rossi o Ligabue (così mi inimico i guelfi bianchi e guelfi neri) che mi sembra suonino rock americano comprensibile agli italiani che non ascoltano rock americano. Se poi l’interlocutore esordisce con La Quiete (gruppo italiano indie più conosciuto all over the world) allora il discorso prende un’altra piega e mi fermo qui sennò faccio un trattato.

G.B. Da quando abbiamo iniziato a suonare ci è capitato fortunatamente di suonare all’estero qualche volta, e la maggior parte delle volte lo abbiamo fatto nel modo più bello che ci potesse capitare, entrando in contatto con le persone che organizzano i concerti e che li vanno a vedere. Quindi l’argomento più di una volta è subentrato nella conversazione. L’impressione è proprio quella che tutto il mondo è paese, che all’estero non sia diverso che in Italia, che per radio e per tv passa una musica che non è la tua, non è quella che vorresti ma è quella che c’è, per i motivi più disparati che possono essere esigenze di mercato, d’immagine, di comunicazione. Quindi scopri che oltre al famoso Italiano Medio esiste anche il Tedesco Medio, l’Olandese Medio etc.. e quindi poi si finisce per parlare di band o artisti che entrambi si conosce e che si apprezza (esempio i La Quiete e Raein vera e propria istituzione all’estero) e si finisce invece per scherzare su Cotugno, Albano e Romina e Modugno, e non si parla invece di De Andrè o Paolo Conte che come suggerisce Paolo fra le righe… piacerebbe a noi vantarci di loro e del loro modo di comunicare.

Dopo tanti anni insieme, cinque album, centinaia di concerti, c’è ancora qualcosa che vi sorprende uno dell’altro?

P.P. Giorgio si spacca la schiena senza pietà, sempre e comunque e non ho ancora capito come fa a non svenire una volta ogni tre giorni. Fede non finisce mai di stupire, va decodificato ogni volta: se ti dice “A” devi intendere “B”, se ti dice “C” vuol dire che ha sonno, se ti dice che ha sonno, gli porti una birra e torna tutto come prima, vallo a capire…!

G.B. Ogni giorno ci son cose che mi stupiscono. Subito dopo aver finito di scrivere il primo disco nel 2003 non riuscivo ad immaginare un seguito e pensavo che i Three In One sarebbero finiti lì, mentirei se ti dicessi che non l’ho pensato anche dopo il secondo, il terzo, il quarto…  Lo sto pensando anche ora che da poco abbiamo pubblicato il quinto!  Ma forse è proprio la voglia di fare e la necessità che manda avanti il mondo.  Vedremo fino a che punto ci spingeremo come band. Personalmente sento la necessità ogni giorno di scrivere e suonare, e appena posso seguo altri progetti, altri artisti con cui collaboro nelle maniere più disparate.

C’è ancora qualcosa che vi sorprende della nostra “scena musicale”?

P.P. No. Scusa ma è vero. Direi di no. Che non vuol dire che stiamo sempre a sputare bile perché non ci piace niente. Ci sono tante cose che sono belle e che danno grande soddisfazione, ma essere sorpresi, no. Almeno a me, non capita più da un po’. Ma il discorso lo si può espandere anche alla scena internazionale. Mettiamola così: quando vai ad un concerto o ascolti un disco, se l’audio ti trasmette la voglia di suonare, le intenzioni, la chiarezza del pensiero del/dei musicista/i puoi dirti già molto fortunato, se poi, al netto di considerazioni da critico musicale -che mi piace sempre lasciare alla categoria- ti piace anche, devi essere più che felice e godertela. Va già benone.

G.B. Mi sorprendo quando sento e vedo una band, o ci condivido il palco,  che non è interessata ad apparire o ad ottenere like su facebook, che non si veste copiando dai cataloghi di moda e che scrive perchè ne ha bisogno e suona perchè vuole scappare dal suo paesello. Ecco, di solito capita che a queste band produco il disco e cerco di dargli una mano attraverso Upupa Produzioni quando posso e soprattutto se loro hanno voglia di collaborare (sorride, ndr). Purtroppo però non rimango più stupito dalla notte dei tempi. Forse son invecchiato io e non trovo più entusiasmo… è dura!

Voi siete una band che ha tuttora un seguito compatto e appassionato. Lo ritrovate sotto il palco o pensate che la gente sia più abituata ad ascoltarsi la musica in cuffia piuttosto che andare ai concerti?

P.P. Eh, le cuffiette sono un bel flagello. Quello che troviamo sotto il palco noi è secondario, non siamo un gruppo che può restituire un campione statistico affidabile. Però è vero che i concerti tentennano in generale, i locali che fanno suonare sono rimasti non molti e sono divisi in due macrocategorie: i superlocaloni che fanno “robe grosse” e vanno avanti in virtù di grossi investimenti e i locali più a misura d’uomo che in realtà faticano ad ospitare una band che ha dei volumi importanti. Quello che sta nel mezzo è un po’ lo stagno dove nuotiamo noi e sinceramente credo sia un limbo non troppo popolato e assai affaticato. Forse stare nelle due macrocategorie di cui sopra è un po’ più semplice. In ogni caso, a chiunque si prende il rischio di organizzare qualcosa, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, dovrebbe andare un enorme ringraziamento da parte della società, non solo da parte nostra.

Ci capita quasi sempre, a fine concerto, che qualcuno dal pubblico (magari un po’ più giovane della media del pubblico nostro) venga a dirci che abbiamo un suono da paura, che siamo una valanga, che “spingiamo” di brutto e robe del genere. Ovviamente ci fa piacere ma, a mente fredda, ci sorge un po’ il dubbio che spesso sia anche l’abitudine ad ascoltare ai volumi minimi del computer oppure ad avere un background di ascolti composto solo da band e artisti che si sono “adattati” a questa forma “amputata” di ascolto, che porta a rimanere sbigottiti per un certo approccio al live. Detto questo, va benissimo, che continuino a riferircelo: la nostra autostima può solo trarne beneficio.

G.B. La cosa divertente è che tutte le volte che suoniamo arriva sempre qualcuno a dirti: “Ma da quanto tempo suonate voi? Sembra una vita! Avete un disco? Ne avete fatti 5??”. Sicuramente speriamo che la gente preferisca sempre ascoltare il live anche se questa volta che ho prodotto io NOTTURNO, spero che se lo sia ascoltato anche a casa perchè ci ho lavorato molto.

Ci sono canzoni che su disco funzionano benissimo e che suonate live “non rendono” (vostre o che vi è capitato di ascoltare)?

P.P. Eccome. Nei dischi che abbiamo fatto ci sono sempre alcune canzoni che dal vivo abbiamo suonato poco o mai, probabilmente perché nel momento in cui abbiamo registrato il disco sembravano tasselli importanti per il discorso, ma al lato pratico si sono rivelate non adatte per l’idea che abbiamo del live. Alla fine dei conti composizione-registrazione-live sono tre momenti che hanno dinamiche molto differenti, non è spaventoso pensare di “limare” qualcosa durante il percorso.

G.B. I dischi sono solo un brevissimo momento nella storia di una band in cui ci si chiude in una stanza e si cerca di infilare in un “oggetto” piccolo e delicato una serie di emozioni, colori, vibrazioni e speranze. Ora credo sia chiaro dalla mia descrizione di disco che è impossibile svolgere questa operazione, ci si può solo avvicinare, si può sperare di fare una fotografia nella maniera più sincera possibile di un momento storico ben preciso. Per me rimane sempre il live l’unico momento tangibile di una band, e se qualcosa su disco suona meglio.. probabilmente è una canzone che non è tanto diversa da quelle belle donne photoshoppate che poi nella realtà scopri essere una vaga imitazione della donna di cui ti sei innamorato e che, fino a quando durerà magari avrai la fortuna di svegliarti ogni mattina accanto.

Quali sono gli ultimi concerti a cui voi siete andati?

P.P. Zu a Bologna, Zeus! a Bologna, Mood un po’ ovunque, ThreeLakes a Pegognaga (Mn).

G.B. Gli ultimi concerti sono quelli che ha detto Paolo, in più ci sono tutti quelli con i quali magari hai condiviso il palco! E allora citi anche Mesico e Jowjo.

I migliori dialoghi al banchetto del merch?

P.P. Arrivarci al banchetto. Non ci vuole mai andare nessuno. Dopo il concerto solo birra e chiacchiere in giro, e asciugarsi il sudore.

G.B. Sembro sempre catastrofico, però di recente mi è successo questo: un ragazzo, nemmeno più tanto giovane, mi chiede: “Scusa, lo trovo anche su internet?” – risposta: “Sì, ma poi devi pagare le spese di spedizione per averlo e ti conviene prenderlo ora”. Allora lui ancora: “No intendevo, c’è su spotify?”, e io: “ Beh sì, direi di sì, però…”. Al mio sì è andato via. Meno male che ultimamente abbiamo la fortuna di avere una cara amica che durante il concerto si diverte dietro ai Fader del mixer luci e poi corre a banchetto per vendere qualche copia.

Spesso i dischi identificano il periodo in cui sono stati scritti e registrati. Quando pensate a “Notturno” a cosa o chi lo abbinate?

P.P. Alla fatica, all’attesa, allo sfinimento ed alla voglia comunque di non cedere e aspettare che finisca la nottata.

 

 

Quanto c’è di palese e quanto tra le righe in “Notturno”?

P.P. Di palese c’è tutto quello che trovi scritto nei testi, interpretabile ed assimilabile come più ti piace. Di palese c’è l’atmosfera un po’ cupa, i sussurrati che forse sono più degli urlati. Tutto il resto è tra le righe e nelle nostre teste. Se vuoi te lo posso svelare ma poi devo uccidere te e tutti i lettori. Non mi sembra il caso.

A parte gli scherzi, in tutti i dischi c’è qualcosa di “nascosto”. Chi comunica attraverso l’arte (non nel senso che siamo “artisti”, ma nel senso di “ogni atto artistico sia questo pittura, scultura, fotografia, poesia e quant’altro”) vuol dire senza rivelare, vuole raccontare ma non informare, sennò scriverebbe un articolo di giornale così nessuno avrebbe dubbi su ciò che ha sotto mano e non avrebbe nemmeno lo stimolo per rileggere, riascoltare, riguardare una seconda volta.

Avete fondato un’etichetta, Upupa Produzioni. Come voi, molti altri gruppi hanno deciso di iniziare questo percorso “indie”. Quali sono gli svantaggi e i vantaggi di portare avanti un progetto simile in parallelo all’attività della band?

P.P. Svantaggi economici ed a livello di tempo (sempre più prezioso) soprattutto. Tutto il resto è soddisfazione: collaborare in qualsiasi modo per l’uscita di un disco che ti sembra bello, per una band o artista che reputi meritevole, fare in modo che quelli che ritieni amici diventino anche “collaboratori”. Fare ‘na robba tutt’assieme, ecco, questo è il bello.

È un mondo difficile (cit.)? 🙂

P.P. Per Tonino Carotone sì, non lo vedevo bene già un po’ di anni fa, chissà oggi come sta combinato male… fantamorto 2016?

Threee in one gentelman suite , Febbraio 2016 , Finale Emilia

Threee in one gentelman suite , Febbraio 2016 , Finale Emilia

THE LAUNDRY ROOM

di Giorgio Borgatti.

 

Il primo ricordo come band.

La prima prova assieme.

Un artista di cui avere l’intera discografia.
Three In One Gentleman Suit.

Scegliete un supereroe. Chi siete?
Spalman.

I 3 momenti della routine giornaliera da tour.
Viaggio, arrivo birra/c**ca/scarico strumenti.

Un luogo dove scappare per trovare pace.
Ovunque tranne che qui.

Un luogo dove suonare.
La luna, quella ci manca ancora, ma visto le mode potrei dire marte così andiam a trovare David.

Un oggetto da portare sempre con sè.
Per alcuni l’orologio per altri il proprio strumento.

Un suono per descrivervi.
un’onda quadra

Un film indimenticabile.
Spaceball.
Una canzone che strappa un sorriso.
Agosto.

Una canzone che fa scendere sempre una lacrima.
Agosto.

L’errore che vorreste ripetere.
La prima prova assieme.

THE LAUNDRY ROOM

di Paolo Polacchini.
ll primo ricordo come band.
La sala prova sudicia dentro la quale abbiamo cominciato.
Un artista di cui avere l’intera discografia.
Fugazi.
Scegliete un supereroe. Chi siete?
Ralph supermaxieroe. 
I 3 momenti della routine giornaliera da tour.
1) Tentare di svegliare Turro (fonico)
2) Salire sul palco
3) Tentare di dormire nonostante Turro (fonico) illumini la stanza a giorno con il suo iPad (all’incirca alle 4 di mattina, di qui, automaticamente si passa al problema n.1 e il cerchio si chiude).
Un luogo dove scappare per trovare pace.
Un bel paradiso tropicale non sarebbe male. Per una settimana o due. Poi tornare ai casini di sempre, sennò ci si annoia.
Un luogo dove suonare.
Ovunque, va bene?
Un oggetto da portare sempre con sè.
Un paio di mutande di riserva. E l’orologio (che ho sempre e non rispetto mai – ecco, hai capito di chi parlava Giorgio).
Un suono per descrivervi.
L’acufene.
Un film indimenticabile.
Good Morning, Vietnam.
Una canzone che strappa un sorriso.
Light Pollution dei Bright Eyes.
Una canzone che fa scendere sempre una lacrima.
Sinfonia n.5 di Beethoven, secondo movimento “andante con moto” in La bemolle maggiore. C’è la mia personale cadenza perfetta lì dentro: quando arriva, tutte le volte, automaticamente mi vengono i brividi e spesso pure la lacrimuccia.
Altrimenti Hello Birmingham di Ani DiFranco, per il testo.
L’errore che vorreste ripetere.
Come Giorgio: la prima prova assieme.
© fotografie di Michele Degani