Il 25 maggio è stata annunciata la cinquina dei finalisti per il premio Campiello 2018, e Le assaggiatrici di Rosella Postorino è uno di questi. Per noi, nessuna sorpresa e molta felicità. A sorprenderci è stato piuttosto il libro stesso, scoperto grazie ad un incontro che l’autrice e la editor Laura Cerutti, responsabile per Feltrinelli della narrativa italiana, hanno tenuto a Madrid all’Istituto Italiano di Cultura. Perché sorprende è presto detto: la trama prende il via dalle vicende – reali e confessate per la prima volta a 96 anni – di Margot Wölk, una delle addette ad assaggiare il cibo di Hitler prima che lui lo consumasse.

La recente nomination al Campiello non è il solo traguardo raggiunto da questo strepitoso romanzo in meno di sei mesi dal suo debutto sugli scaffali italiani: ancora prima dell’uscita, i diritti erano infatti già stati acquistati da Olanda, Francia e Stati Uniti, oltre che dalla Spagna dove uscirà ad ottobre 2018.

Come nasce il libro?

Era settembre 2014 e per caso trovo questo articolo dal titolo “Parla una delle assaggiatrici di Hitler ancora in vita”. Lo leggo e rimango folgorata. Rimango folgorata perché racconta questa situazione drammaticissima, da incubo, di queste donne chiuse tutte insieme in una stanza che mangiano cose che potrebbero ucciderle. Questa convivenza in una dimensione di disperazione, di sacrificio, e di piacere insieme, è sicuramente la cosa che mi ha colpito immediatamente.

Dopo aver letto l’articolo, ho proprio pensato che era la storia di un romanzo, ancora prima di essere scritto: tu sopravvivi perché mangi, quando gli altri non possono, e addirittura ti pagano per farlo; la condizione di vittima e di colpevole, di cavia e di privilegio insieme, questo privilegio che significa essere colpevoli perché stai lavorando per il Führer; e poi il paradosso del fatto che mangiare è la cosa che ti tiene in vita, ma allo stesso tempo è la cosa che ti può uccidere.

Un filo sottilissimo divide il mantenersi in vita e il poter morire.

Esatto, dietro a tutto questo c’era la metafora perfetta della condizione umana: nel giorno in cui nasciamo, iniziamo già un po’ a morire. Il nostro destino è questo, però è come se ce ne dimenticassimo, mentre lì, nella mensa di Hitler, tutti i giorni, tre volte al giorno, te ne ricordi.

E poi nel libro affronto il tema dell’istinto di sopravvivenza, perché tu mangi e mangi per il Führer, anche se non hai scelto di farlo per un’ideologia politica, per fanatismo, ma mangi perché devi in qualche modo sopravvivere. L’istinto di sopravvivenza è un po’ come una condanna, ti porta a fare delle cose che non tollereresti se non fossi in una condizione estrema, sopravvivere a tutti i costi ti rende paradossalmente meno umano, come la protagonista del mio libro, Rosa Sauer, tanto è vero che lei arriva a dire questa frase:

“la capacità di adattamento è la maggior risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.”

Come ti sei mossa per la ricostruzione storica dei dettagli?

Per quanto riguarda il cibo esiste un intero libro sull’alimentazione di Hitler: innanzitutto sul tema devi prendere tu una decisione, perché c’è chi dice che fosse vegetariano – Margot Wölk fra questi – c’è chi dice invece che uno dei suoi piatti preferiti fosse il piccione. Forse bisogna anche capire cosa s’intende per “vegetariano”, cosa non mangiasse concretamente. In questo libro ci sono addirittura le ricette e devo ammettere che non ce n’è mai una di carne, mentre di pesce sì.

Io credo che lui andasse un po’ a periodi: Hitler aveva tutta una serie di nevrosi, si era convinto della debolezza che comporta mangiare la carne, che la carne ti rendesse meno performante, e ti facesse sudare. Poi, sicuramente, questo allontanamento dalla carne derivava dalla visita ad un macello dove aveva assistito alla mattanza, si racconta che questa crudeltà, l’aver camminato con le galoche in mezzo ai rivoli di sangue fresco, l’avesse troppo impressionato. Impressionato. Lui! Quindi aveva deciso che i macelli erano una situazione troppo crudele, e aveva smesso di mangiare carne per questo. Il Führer era tutta una serie folle di nevrosi.

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Anche verso gli abiti del tempo riservi una particolare attenzione.

C’è un manuale di storia della moda di Einaudi fatto benissimo, con bozzetti e schizzi, che mi ha aiutato moltissimo, e poi una fashion designer mi ha fatto da consulente per i termini precisi. I vestiti mi servivano per raccontare la differenza di Rosa: doveva essere la diversa, la straniera, cercare di integrarsi nel gruppo, doveva superare delle prove di iniziazione.

Si conoscono le ragioni per cui fino a 96 anni Margot Wölk non avesse raccontato la sua storia?

Lei non lo dice ma io ho immaginato che fosse per la vergogna, e anche la paura. Appena finita la guerra, non era conveniente ammettere di aver la vorato per Hitler, e più avanti, credo abbia preferito tacerlo. Come sai, non sono riuscita a parlare con lei prima che morisse, ma sono andata a vedere dove aveva vissuto, sono stata sia alla Wolfsschanze, sia a Berlino, e lì ho conosciuto la sua dirimpettaia. Questa donna era la persona più vicina a lei, la aiutava, le faceva la spesa, per gli ultimi otto anni di vita Margot Wölk non uscì di casa perché soffriva di vertigini, e questa vicina di casa le faceva compagnia, ma dell’esperienza di assaggiatrice non ne voleva mai parlare nemmeno con lei. Mi sono immaginata che per lei fosse una specie di colpa, di macchia che non si potesse lavare, e anche il sintomo di un grande trauma.

Cosa sei riuscita a scoprire della storia reale di Margot Wölk che hai potuto utilizzare nel libro?

Tutto quello a cui ho potuto attingere è un video di una mezz’oretta di un’intervista fatta a casa sua, lei da anziana, dove non racconta moltissimo del suo lavoro come assaggiatrice, ma mostra delle foto di lei da giovane. Diciamo che le cose vere sono l’innesco narrativo del libro, una donna che vive a Berlino, i bombardamenti e la necessità di lasciare la città; è vero che mentre lei era alla Wolfsschanze c’è stato l’attentato al Führer, e anche la fine del libro prende le mosse dalla sua storia reale.

Il resto è stato ricostruito e ambientato, come ho fatto? Leggendo moltissimo, in parte libri di storia pura, durante tutti e tre gli anni di stesura ho consultato la Storia del Terzo Reich di Shirer, e poi ho letto un libro sul profilo psicologico di Hitler, in italiano si intitola La mente di Adolf Hitler. Il profilo psicologico in un rapporto segreto in tempo di guerra, scritto da Langer, un esule austriaco a cui i servizi segreti statunitense avevano commissionato una valutazione. Preziosi sono stati i memoir scritti delle segretarie di Hitler, oltre a romanzi ambientati durante la seconda guerra mondiale, di autori più o meno contemporanei. Leggere romanzi legati a quel tempo mi hanno aiutato a creare la bugia: nei romanzi le persone fanno cose, e le fanno dentro alle case, nelle strade, sono utili per dare un’idea di domestico. Due libri in particolare mi hanno dato tanto, A woman in Berlin di un’autrice anonima, e Clandestina di Marie Jalowicz Simon, uscito proprio negli anni in cui scrivevo. Sono stati interessanti perché raccontano a quanti compromessi sono scese le persone per sopravvivere.

È stato difficile riuscire a restituire l’angoscia di un periodo così nero difficile da immaginare e comprendere per chi non l’ha vissuto?

Questi libri – e molti altri – sono stati fondamentali, ad esempio La storia di Elsa Morante, che non è ambientato in Germania, ma racconta come la storia, con la S maiuscola, ha la capacità di schiacciare le persone normali. È un sentimento fortissimo per me: in tutti i miei libri racconto di persone che non hanno una grande coscienza sociale, politica, civile, che vengono però attraversati dalla storia, dalla società, e le loro aspettative vengono tradite.

Di fondo, c’è un mio interesse nel raccontare le persone dentro una condizione di costrizione, situazioni estreme, in cui però la normalità finisce per ricrearsi, sempre e comunque, l’essere umano cerca e rigenera delle abitudini. Una frase meravigliosa di una poesia di Borges lo definisce in modo chiaro, dice

“l’abitudine che ci aiuta a sentirci immortali.”

Lo si vede ad esempio in serie tv come Orange is the new black, o The handmaid’s tale, si ricostruisce un microcosmo, in cui la normalità del fuori non esiste, ma si ricrea in un modo diverso.

Il passato molto recente della seconda guerra mondiale crea un cortocircuito con lo sfondo solitamente futuro invece di certa letteratura distopica, di cui fa parte anche Il racconto dell’ancella. Come nel romanzo della Atwood, abbiamo anche qui una protagonista femminile: come hai modellato Rosa Sauer?

Per la prima volta ho avuto come punto di partenza un personaggio che è esistito veramente, in un certo senso mi tranquillizzava. Poi però dovevo riuscire a rendermi familiare una ragazza che aveva 26 anni nel ‘43, già sposata a quell’età, con il marito partito per guerra, che viveva con i suoceri, in campagna, e lavorava per Hitler – era la cosa più lontana da me che ci potesse essere, era un altro pianeta.

L’unico modo che avevo per avvicinarmi a lei era darle delle cose che appartenessero a me: non solamente dei ragionamenti, cosa che solitamente gli scrittori fanno, ma anche le ossessioni, i gusti, i vezzi. A Rosa piace tantissimo cantare, è vanitosa, le piacciono i vestiti, è una chiacchierona… Queste cose sono mie, e le ho trasferite su di lei perché mi consentiva di sfaccettarla, di non averla lì davanti, monolitica e silenziosa, solo nella sua condizione di assaggiatrice di Hitler. È diventata così una persona normale, con delle sue caratteristiche.

Margot o Rosa che sia, è un personaggio per cui hai lottato.

Mi sono domandata come mai mi fossi fissata così tanto sulla storia di Margot Wölk: la voglio scrivere anche se non riesco ad incontrarla, quindi me la devo inventare, che è difficilissimo, potrei non farcela. Probabilmente mi sono immaginata di essere Margot Wölk. Quando ho letto quell’articolo mi sono immaginata che tutte le sue vicende fossero capitate a me, e quindi mi sono messa al suo posto e l’ho chiamata Rosa perché io mi chiamo Rosa, che è anche un gesto politico: è facile, per le persone che non hanno vissuto determinati contesti storici o sociali, dire “io mi sarei comportato diversamente”. Non si può chiedere a tutti gli esseri umani di essere eroi. Se non denunci sei complice, e Margot Wölk è complice, non per scelta, ma lo è. Le ho dato il mio nome perché poteva capitare a me, a te, a chiunque, e non siamo tutti degli eroi.

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Il cognome della protagonista, Sauer, in tedesco significa amaro, l’hai scelto apposta?

Sì, certamente. Tutti i cognomi sono molto didascalici, se fosse pubblicato in Germania probabilmente sarebbe meglio cambiarli.

Anche il libro precedente Il corpo docile ha preso le mosse da un articolo di giornale, da una storia vera.

Sì esatto, hai ragione, non l’ho cercato ma è successo: per quanto riguarda Il corpo docile avevo letto in un supplemento femminile l’articolo di una mostra a Roma sui bambini che vivevano nel nido del carcere di Rebibbia. E ho avuto la stessa reazione di quando poi ho letto la storia di Margot Wölk, una sorpresa totale, non avevo idea dell’esistenza di questa situazione. La differenza è che con la storia dell’assaggiatrice ho visto chiaramente un personaggio, mentre nell’altro caso no.

È stata una storia che mi ha squarciato, nel nostro immaginario i bambini sono gli innocenti per eccellenza, e vivendo in carcere subiscono la punizione per eccellenza. Al compiere tre anni vengono distaccati dalle madri e fatti uscire, creando un senso di abbandono fortissimo, lasciando le proprie madri ma sentendosi anche a loro volta abbandonati.

Avrei voluto scrivere del carcere da anni, mentre del nazismo non avrei mai pensato. Tutto ciò che è totalitarismo, che sia un regime politico, o da un punto di vista di un’istituzione, mi interessa, la perdita della libertà. Le mie protagoniste si muovono in uno spazio chiuso che riflette quello mentale, devono conquistare un piccolo spazio di libertà. Io non credo che esista la libertà assoluta, in qualche modo siamo sempre condizionati da qualcosa, dal tempo storico, dalla geografia, siamo inevitabilmente il risultato del nostro contesto, del nostro ambiente. Sono convinta che questo mi venga dal fatto di essere nata in un luogo – Reggio Calabria – dove c’è una forza, un potere, che controlla la libertà delle persone del territorio.

Chi è Rosella Postorino?

“Rosella Postorino lavora tutti i giorni in ufficio, nella casa editrice Einaudi, per la collana Stile Libero. Lavora come editor in squadra con altre persone.”

Come concili il lavoro che riguarda la scrittura degli altri con la tua?

Nasco scrittrice, a 12 anni sapevo che volevo scrivere, non fare l’editor. Non lo dicevo perché mi vergognavo, lo vedevo come un atto di arroganza, “ho delle cose da dire e le voglio scrivere.” Sono cresciuta in una famiglia modesta, e quindi non era facile ammettere che volevo prendere la parola e a gran voce dirla a tutti, oltretutto essendo una donna. Da piccola leggevo un sacco, ogni libro era la testimonianza di un’irriducibile singola esistenza sulla terra, se tu lo scrivevi rimaneva.

A 6 anni scrivevo già delle filastrocche – secondo mia mamma brutte! – poi scrivevo delle favole; avevo usato un quaderno speciale per fare il mio giornale, con un editoriale, avevo scritto un’intervista a Luis Miguel, il nostro idolo negli anni ’80, avevo la posta di Candy Candy. E poi facevo dei cruciverba, dei disegni, tutto molto semplice, ma era quello che mi piaceva.

Sono entrambe attività solitarie, ma non significa che quello che succede non inciampi nel tuo lavoro – i tuoi ultimi due libri ne sono la prova.

La realtà mi interessa di più di una storia fantastica, anche quando ero piccola non mi piacevano molto le storie troppo fantasiose, mi piaceva indagare gli essere umani.

Disegni ancora?

Disegno solo quando viaggio in treno, soffro di claustrofobia e mi danno fastidio le gallerie, per potercela fare prima di tutto devo ascoltare la musica, e poi disegno. Fino al liceo disegnavo sempre, continuamente, adesso faccio ritratti di scrittori e quasi tutti rimangono incompiuti, mi servono solo per occupare quel tempo, a scopo “terapeutico”.

Il tuo primo libro è del 2007 e a gennaio è uscito Le assaggiatrici: cosa succede tra un libro e l’altro?

Niente! Le vite degli altri sono sempre piene di eventi, figli, matrimoni, case, cambiamenti, cambiano città, fidanzati, io niente… Il fidanzato è sempre lo stesso, la casa anche, faccio sempre lo stesso lavoro, vivo il cambiamento dentro i miei libri, e i miei libri scandiscono i ricordi della mia vita. A livello professionale, tra un libro e l’altro, quando non mi viene un’idea per il successivo mi deprimo da morire. Mi galleggiano nella testa un sacco di cose, ma non sono un romanzo, sono temi, situazioni, scene, ma che non fanno necessariamente un romanzo. Javier Marías dice per Un cuore così bianco che ha visto precisamente quella scena, e da lì è partito senza sapere dove andava. Anche per me è così, e forse per le assaggiatrici avevo più consapevolezza perché c’erano di base dei fatti da cui iniziare. Se io non scrivo, mi sento instabile.

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THE LAUNDRY ROOM

Il libro sul comodino.

Una donna può tutto. 1941: volano le streghe nella notte di Ritanna Armeni. E ho appena finito Contro il sacrificio di Massimo Recalcati.

Cosa pensavi di fare da grande.

A partire dai 12 anni la scrittrice, mentre prima la pittrice.

Sei brava a cucinare?

Da italiana mi vergogno, sono un disastro.

Qualcosa o qualcuno che ti ossessiona?

A livello di temi, sicuramente la libertà, circoscritta o rinegoziabile, che evidentemente nel mio caso porta alla claustrofobia. Qualcuno, diciamo Marguerite Duras. Anche lei veniva da una famiglia modesta, a 15 anni quando leggevo i suoi libri mi ispiravo a lei, è stata un modello per me. E poi direi Elsa Morante.

Con chi andresti a cena, un personaggio vivo o morto?

Marguerite Duras ed Elsa Morante, insieme! 

Viaggi molto?

Per lavoro sì, e a volte se posso prendermi del tempo vado anche un po’ più lontano.

Scrivere o leggere?

Non si può fare uno senza l’altro, sono troppo collegati.

Da 0 a 10 quanto ti piace parlare di te?

0,5 credo! Del mio lavoro anche 10… per rispondere, diciamo 2 o 3.

Un film per ridere.

Ricomincio da tre, di Massimo Troisi.

Un film per piangere.

I ponti di Madison County, di Clint Eastwood, il primo che mi viene in mente ma io piango moltissimo con i film.

Se dovessi scegliere dove vivere, sarebbe Roma?

No, direi Parigi.