In occasione di una residenza artistica presso l’IIC di Madrid incontriamo Anna di Prospero, la giovane fotografa italiana autrice dello scatto simbolo della mostra L’altro sguardo – Fotografe italiane 1965-2015, composta da più di centocinquanta fotografie provenienti dalla Collezione Donata Pizzi. Terminata a gennaio 2017 alla Triennale di Milano, la collezione è ora esposta in una versione aggiornata al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove di nuovo Anna Di Prospero è protagonista della campagna di comunicazione della mostra, con un altro suo scatto entrato di recente a far parte della collezione.

Anna Di Prospero With you (Self portrait with my family)

Self-portrait with my mother, 2011

Tutti ti conoscono per l’autoritratto con tua madre.

Sì! È diventato un po’ la mia croce, tutti vogliono sempre questa fotografia. Non ti nascondo che lo definisco il mio scatto fortunato perché per farlo ci sono voluti solamente 10 minuti, e quando è uscito ha colpito anche me. Io ho deciso la luce e l’elemento del vetro che doveva essere presente in tutti le fotografie di questa serie, per il resto è realizzato completamente a quattro mani con mia madre: abbiamo deciso insieme dove scattare, cosa indossare e soprattutto il gesto da fare. Doveva rappresentare il nostro rapporto.

Immagino che vorresti fossero così apprezzati un po’ tutti i tuoi lavori.

Sì, sarà che sono ancora all’inizio e ho tanta voglia di sperimentare… e anche la delusione per alcuni lavori che sento più autentici, e non sono stati recepiti allo stesso modo. All’inizio avevo paura di non riuscire mai più a fare uno scatto migliore di questo, ora meno, ma dall’esterno mi sento ancora dire “Ah, quello scatto…”

Un artista non può esimersi dal confronto con il pubblico. Edgar Degas diceva che “l’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri.” Partendo dal presupposto che ognuno può vedere ciò che vuole nel tuo lavoro, ti piace questa libertà o vorresti guidare l’osservatore in qualche modo?

È interessante la domanda, perché si va a collocare in un periodo in cui sto realizzando diverse cose riguardo questo aspetto. Mi sono resa conto che la maggior parte dei miei lavori hanno bisogno di un’introduzione e anzi, che è molto apprezzata da chi osserva la fotografia. Una volta ero più dell’idea che l’opera non avesse bisogno di spiegazioni, ma grazie anche alla mia gallerista Maria Livia Brunelli – che insisteva dicendo che molti collezionisti e visitatori delle mostre hanno piacere a sentire qualcosa da me – ho capito che una spiegazione sul lavoro lo fa comprendere meglio.

Può anche aiutare a rimanerne più affascinati.

È verissimo, ma era una cosa che io invece non consideravo. Sono arrivata anche ad un’altra conclusione. Ho lavorato sempre in maniera molto schematica, per cercare di semplificare e far capire meglio qual è stato il mio lavoro fino ad oggi. Pensavo che fosse chiaro, ma invece non era così. Allora il mese scorso ho iniziato a fare delle Instagram Stories dove racconto i miei lavori, ho iniziato parlando di una delle fotografie de L’altro Sguardo e poi ho fatto un discorso in generale sulla serie legata ai luoghi. Ho ricevuto tantissimi messaggi da persone che dicevano di non aver mai capito che dietro ai miei lavori realmente c’erano così tanti concetti.

Ho capito che forse il mio compito è anche quello di introdurre, di spiegare, di guidare lo spettatore giusto all’entrata e poi da lì lasciarlo libero di vedere quello che crede.

Segui dei fotografi su Instagram?

Ryan McGinley, un fotografo americano, che utilizza il suo social sia per le immagini che per divulgare eventi. Un altro profilo bellissimo è quello di Cindy Sherman, trovo che sia un modo molto interessante di utilizzare i social. È un lavoro di grande spessore e apprezzo anche il fatto di sapersi reinventare utilizzando i mezzi contemporanei. Poi… vedi quelle foto e ti fai delle grasse risate perché non capisci cosa siano, però è assolutamente coerente all’interno del suo percorso.

Seguo anche Amalia Ulman, un’artista concettuale argentina che lavora con video e fotografia. Un giorno inizia a pubblicare sul suo profilo Instagram foto in cui si atteggia da it-girl, aggiungendo anche hashtag inerenti come #fashion e molti altri. Le foto sono le classiche pose che si vedono su certi profili: la ragazza con la tazza di caffè d’asporto, oppure mentre si trucca, gattini… talmente credibile che i suoi galleristi si preoccupano della sua reputazione: “La gente cosa penserà se sul tuo profilo Instagram metti questa cose?” Dopo qualche mese pubblica la foto di una rosa con la scritta “The End” e presenta il progetto come un lavoro di reinterpretazione del sé: quello che Cindy Sherman ha fatto con l’autoritratto cinquant’anni fa, Amalia Ulman l’ha fatto oggi attraverso i social. Questo lavoro è stato esposto alla Tate nel 2016 in una collettiva sul ritratto (ndr. Performing for the camera, Tate Modern, 2016).  

Anna Di Prospero Self portrait at home1

From the series ‘Self portrait at home’

Anna Di Prospero Self portrait at home

From the series ‘Self portrait at home’

Come hai mosso i primi passi nella fotografia?

Ho iniziato a dedicarmi alla fotografia seriamente nel 2007 quando mi sono trasferita nella casa dove ho realizzato la mia prima vera serie, Self portrait at home, composta da fotografie realizzate tutte all’interno di quella casa, e come unico soggetto me stessa. La fotografia mi ha aiutato ad entrare in contatto con quello spazio che inizialmente mi era sconosciuto. Avevo avuto già il mio primissimo approccio alla fotografia a 15 anni con un concorso per i giovani della provincia di Latina: ho vinto una sezione e ho seguito un corso di fotografia analogica, poi ho abbandonato per studiare pittura. Ho ripreso nel 2007 con questo trasferimento ma anche con la scoperta di Flickr, che mi ha dato la voglia e l’ispirazione per riprendere in mano la macchina fotografica.

Era importante appartenere ad una community, ricevere dei consigli, perché ero autodidatta. Mi piaceva realizzare queste fotografie ma soprattutto post-produrle, la postproduzione fin da subito è stata un prolungamento del mio processo creativo.

Quindi sei totalmente autodidatta o hai poi studiato fotografia?

Finito il liceo volevo studiare fotografia, ma i miei genitori mi hanno spinta ad iscrivermi a storia dell’arte alla Sapienza. Ho frequentato pochissimo l’università perché stavo tutti i giorni a casa a scattare fotografie. Sono andata avanti per ben tre anni fino a quando ho vinto un concorso dal titolo Sé stessi dell’Istituto Europeo di Design di Roma, quindi finalmente ho iniziato a studiare fotografia con una borsa di studio. Dal 2010 al 2012 ho anche partecipato alla Reflexions Masterclass tenuta da Giorgia Fiorio e Gabriel Bauret, un appuntamento ogni 4 mesi in un posto differente in Europa.

Il tuo percorso con la fotografia assomiglia ad un viaggio on the road, con un punto di partenza ben preciso – che curiosamente è proprio casa tua – e ben organizzato in una serie di fermate. Le tappe successive sono state la serie realizzata a Latina, prima, e quella sulle architetture contemporanee, poi. Che differenza c’è fra le due?

Per poter crescere da un punto di vista sia personale che professionale dovevo spingermi oltre. Ho realizzato una mini serie nella mia città natale, Latina, dove di nuovo il mezzo fotografico mi ha aiutato ad interagire con lo spazio. Ho scattato durante 15 giorni, dal 15 al 30 agosto, dalle 5,30 alle 6,30 del mattino, quando la città era deserta. Ancora una volta il soggetto fotografato sono io ma inizio a coprire il volto, per non dare un’identità precisa, e lasciare il discorso il più universale possibile.

Da lì ho cercato di spingermi sempre più distante, verso l’Europa, e gli Stati Uniti, alla ricerca di opere architettoniche contemporanee con le quali instaurare un discorso d’interazione tra corpo e spazio. Ho scelto l’elemento architettonico perché volevo confrontarmi con qualcosa a me presente, non legato al passato né al futuro. Il progetto è iniziato qui a Madrid nel 2010 ed è proseguito fino al 2015, arrivando fino a New York, dove l’unico posto che sono riuscita a fotografare è l’High Line.

Non ti nascondo che a livello fotografico ho molti limiti, non so fotografare in bianco e nero, e non so fotografare in verticale. A New York sono tutti grattaceli per cui ti lascio immaginare!

Sono arrivata a New York perché nel 2010, sempre tramite lo IED, ho vinto una borsa di studio per passare il primo semestre dell’ultimo anno alla School of Visual Arts.

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From the series ‘Self-portrait in my hometown’, Latina #1, 2009

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From the series ‘Self-portrait in my hometown’, Latina #2, 2009

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From the series ‘Self-portrait in my hometown’, Latina #6, 2009

From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2010 (Richard Serra, Novartis Campus – Basel, Switzerland)

From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2015 (Vodafone Building – Porto, Portugal)

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From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2015 (Den Blå Planet – Copenhagen, Denmark)

Anna Di Prospero Urban self portrait5

From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2010 (El Mirador de Sanchinarro, social housing – Madrid, Spain)

Anna Di Prospero Urban self portrait2

From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2012 (Jubilee Church – Roma, Italy)

Anna Di Prospero Urban self portrait

From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2011 (The Guggenheim Museum – Bilbao, Spain)

Anna Di Prospero Urban self portrait1

From the series ‘Urban self-portrait’, Untitled, 2011 (The City of Arts and Sciences – Valencia, Spain)

E che impatto ha avuto New York sulla tua fotografia?

Quando mi sono trasferita a New York era la prima volta che mi trovavo da sola lontana dalla mia famiglia, ero da sola dall’altra parte del mondo, e lì, di nuovo, sono stata in casa a fare foto, invece di uscire e girare per la città più bella del mondo! Attraverso il mezzo fotografico ho cercato di ricreare un ambiente a me familiare.

Queste foto hanno poi dato il via ad una specie di rito, ogni volta che mi trovavo per brevi o lunghi periodi in una città, per motivi di studio o lavoro, realizzavo una fotografia. Non era un progetto molto sentito, però mi ha fatto vincere uno dei premi che mi dato più visibilità [ndr, il secondo posto nella categoria Ritratto del Sony World Photography Awards Professional competition 2014] e questa cosa mi ha fatto ragionare sul mio lavoro, sul tempo che dedico ad un progetto, e su quelli che nascono invece un po’ per caso.

Dopo New York ci sono state altre tappe fondamentali? Ad un certo punto non sei più stata solo tu nella fotografia.

Fino a questo momento avevo sempre lavorato in relazione al luogo, infatti tutte le prime serie fanno parte di un progetto intitolato I’m here, dedicato alla relazione con il luogo. Però mentre ero a New York, forse per la distanza da tutti quanti, ho iniziato a ragionare non più in relazione al luogo ma alle persone. E così quando sono tornata in Italia ho aperto un nuovo progetto With you, e la prima serie è costituita dagli autoritratti con i miei familiari, che comprende la fotografia con mia madre.

I tuoi genitori si sono prestati nonostante inizialmente non credessero nel tuo progetto. Forse si stavano accorgendo che il tuo lavoro veniva apprezzato dall’esterno.

Mio padre all’inizio era molto contrario, non ci credeva in questa mia carriera, essendo lui un imprenditore, ma per questa serie si è reso molto disponibile e presente, come anche in molti dei miei successivi progetti. L’unica volta che ho visto i miei genitori davvero contenti, specialmente mio padre, è stato a New York per la cerimonio di premiazione dell’International Photography Award del 2011, dove sempre con l’autoritratto insieme a mia madre ero arrivata in finale. La serata era molto elegante e molto americana, in stile Oscars, al Lincoln Center, e quando hanno detto il mio nome, lui era felicissimo e gridava “È mia figlia!”

Anna Di Prospero With you (Self portrait wit

Self-portrait with my grandmother Alfreda, 2011

Anna Di Prospero With you (Self portrait with my family)1

Self-portrait with my father, 2011

Ora guardi alla tua prima serie e cosa dici?

Ora considero il primissimo lavoro, quello scattato in casa mia, un po’ più adolescenziale, sia da un punto di vista espressivo ma anche tecnico. Guardando quegli scatti adesso noto dei difetti e degli errori che oggi non farei. Ma fanno parte del mio percorso per cui le teniamo lì.

Su cosa sei più lucida oggi?

Mi sono dedicata tantissimo alla post-produzione, inizialmente facevo delle cose più grossolane, nella prima serie ad esempio giocavo con i cloni, mi piacevano tantissimo, cosa che ora non faccio più. Con gli anni mi sono indirizzata verso la color correction, quindi uso Photoshop per correggere un po’ la luce ma soprattutto il colore, io so vedere in questo modo, i miei racconti, la mia reinterpretazione della realtà hanno queste nuances, non riesco a vedere colori più freddi.

Con cosa scatti?

A livello tecnico non ho moltissimo, l’anno scorso ho acquistato un kit di ottiche più ricercato, ho comprato le mie prime ottiche fisse, un 24mm, un 35mm, un 85mm. Queste prime serie sono state scattate con una 400D della Canon, una semi-professionale, avevo un solo obiettivo 18-35mm e ho usato questa fino al 2009 quando ho comprato una Canon 5D Mark II, che è tutt’ora la mia macchina anche se non ti nascondo che la vorrei cambiare perché ha ormai 10 anni. Per molti anni ho scattato sempre con la stessa ottica, un 24-105mm. Non mi sono mai fatta troppi problemi dal punto di vista tecnico, del mezzo, nonostante abbia fatto una scuola, lo IED di Roma, molto improntata verso l’aspetto tecnico, perché erano interessati a creare prettamente fotografi pubblicitari. Ovviamente per un certo tipo di lavoro devi avere l’attrezzatura giusta e sapere come usarla. Nel mio caso invece, si è più liberi di fare quello che si vuole.

Anna Di Prospero Central Park

Central Park #2, 2015

Anna Di Prospero Central Park1

Central Park #5, 2015

THE LAUNDRY ROOM

Colazione o cena?

Colazione.

Watsapp, messaggio scritto o vocale?

Scritto!

Colore o bianco e nero?

Colore.

In viaggio, mai senza?

In realtà tante cose… ma direi il pigiama!

Prossima destinazione?

Trentino, per vacanza.

Una passione segreta.

Il biliardino, mi piace proprio, esce tutto il mio lato competitivo, divento un’altra persona.

Una cosa che sai fare bene.

Ascoltare.

Da piccola cosa volevi diventare?

Una ballerina. Oppure un’oceanografa, ho avuto un periodo in cui volevo studiare gli oceani.

E ora diresti che da grande vorresti fare…

La fotografa!

Cucinare o take-away?

Cucinare, ma lo dico solo perché mio marito è cuoco… io in realtà sono negata a cucinare!

Il tuo fotografo preferito?

Gregory Crewdson.

Una foto o una serie di qualcun altro che avresti voluto fare tu.

Io di riferimenti fotografici ne ho pochissimi… ma le serie di Gregory Crewdson come Twilight, o Beneth the Roses, mi hanno proprio illuminato.

La migliore decisione che hai preso.

Probabilmente partecipare al concorso dello IED con cui ho vinto la borsa di studio e poter poi lasciare l’università.

Estate o inverno?

Estate. In realtà avrei detto primavera.

Inizi sempre un email con?

Caro/cara.