Questo é il periodo dell’anno in cui l’aria diventa luce. La percepiamo, ci avvolge frizzantina, lasciandoci intuire un cambiamento mentre ci riempie di euforia. Quasi la possiamo toccare e le nostre molecole gioiscono al pensiero che quei mesi sono finalmente dietro l’angolo. Durante l’inverno dimentico spesso quanto preziosa sia quella sensazione di calore sulla pelle e quei brividi che arrivano fino alla punta dei capelli. Poi qualcosa si appende all’altezza della gola e di riflesso la bocca si curva all’insú.

Magia pura.

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Un po’ come quella che opera Luigi Ghirri nelle le sue foto, dove qualsiasi cosa venga fotografata possiede un’aura che riverbera, sussurra e palpita ad ogni sguardo. E gli occhi rimangono fissi, impigliati in quei momenti rubati al flusso del tempo. Una luce si posa su tutto e rivela l’invisibile – una patina di malinconica felicità di cui sono fatti i ricordi.

«E’ la luce la sostanza reale che dà forma alle mie immagini (…) La luce è per me il vero genius loci (…) Attraverso il mio lavoro ho scoperto che esiste comunque un momento particolare in cui attraverso la luce finisce per rivelarsi sulla superficie del mondo anche qualcosa di apparentemente invisibile.»

Le sue immagini confondono – non sappiamo se essere felici o tristi. Forse é proprio questa imprecisione che ci avvicina: peccano di perfezione, sono effimere e finite – proprio come la natura umana. Deludono e illudono come tutto ciò che é sentimentale, sfumano i profili, smussano i contorni, cullano.

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Ghirri gioca a farci camminare in bilico sulla linea che separa l’anonimo dal familiare. Ed é proprio quando perdiamo l’equilibrio e mettiamo un piede a terra in questa metà che qualcosa vibra tra lo stomaco e la gola. Ci ha agganciati e ogni dettaglio, anche il più innocente o comune, viene contemplato e caricato di sacralità – come quando in piena luce o in penombra fissi a lungo qualcosa, che inizia a brillare – quasi in fiamme – e l’intera silhouette si sfoca completamente.

«È difficile dire perché una stanza, le pietre di una strada, un angolo di un giardino mai visto, un muro, un colore, uno spazio, una casa diventino improvvisamente famigliari, nostri. Sentiamo che abbiamo abitato questi luoghi, una sintonia totale ci fa dimenticare che tutto questo esisteva e continuerà ad esistere al di là dei nostri sguardi.»

Le sue foto ricordano dei posti immaginari in cui tutto potrebbe potenzialmente accadere – ma dove in realtà non succede mai nulla. E in quegli scenari sospesi ci si perde e ci si ritrova più volte – quasi fossero immagini uscite dall’archivio di famiglia e non fossero solo semplici momenti della vita di altri. É così che diventano infinite, di tutti e di nessuno allo stesso momento. Eppure più le guardi, e più senti il bisogno di continuare a scoprirle – quasi come davanti ad un cesto di ciliegie. Un’altra e poi un’altra e ancora una.

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É rassicurante questa sua meticolosità nel collezionare i luoghi della memoria in un unico grande catalogo. Sarà che sono fissata con le liste, ma questo su di me ha lo stesso effetto delle stelline in brodo dopo una grande abbuffata o della musica dei Beirut – provate a sfogliarle ascoltando A Sunday Smile o Postcards from Italy e ditemi se non ho ragione. Si può solo immaginare il livello di benessere raggiungibile combinando le tre. 

Perché alla fine non importa quanto ti affanni, urli o ti disperi, il dondolo del lungomare di Cervia sarà sempre lì, così come quella famiglia ritratta di spalle nel Castello di Rivoli: affacciata alla balaustra da sempre e per sempre.

 

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testo e illustrazioni di Alice Spadaro