FORMAT Photography Festival in Derby (UK), has just come to its end, and we are happy to present you the second guest of our column: his name is Alexey Shlyk, Belarusian photographer based in Antwerp (Belgium), whose work was exhibited in Derby.

Alexey (1986) was born and raised in Minsk, Belarus, where he graduated in mathematics, and where he lived until a couple of years ago, when he then decided to move to Antwerp and undertake his studies in photography with a Master at the Royal Academy of Fine Arts. Photography for Alexey is a passion and a profession that he’s been carrying on since many years.

Alexey was already working as a photographer in Belarus, mostly in advertising, but felt the need to leave, to be contaminated, to be able to give more freedom to his practice.

Moving away from Minsk helped him gain a clearer and more distinct vision of his motherland, and this will be at the base of his latest project The Appleseed Necklace, that he presented at FORMAT Photography Festival in Derby. We met Alexey in a café in Antwerp to talk about his projects.

Alexey Shlyk_photographer

The Appleseed Necklace is a work on Belarus, something Alexey had in his mind for long, but born, after all, in an unplanned way. “For last year edition of Breda Photo Festival, we were asked by our Master program to work on a project in which we had to reflect on ourselves. This gave me the chance to work on something I wanted to do since a long time, a work on my country, Belarus. But I didn’t want the project to be something with a documentary intent, in black and white, or too sad and melancholic. That’s why I tried to give it a different look.”

The project is a reflection on the ability of the Belarusian people to adapt to difficult situations and the DIY culture that developed in the country during his childhood. During the Soviet era, Belarus has undergone a period of great economic crisis and for this reason people have developed a peculiar wisdom: if you need something and you don’t want to steal it, you have to build it.

Alexey’s work is an interpretation of his memories in a modern key. “A starting point for this reflection was given to me by Belarusian president Lukashenko, who during a speech said:

If there is no money to go to the gym, take two bricks and train at home.”

Alexey Shlyk_photographer Alexey Shlyk_photographer

The idea behind the photos is exactly to show this DIY way of life through the reconstruction of Alexey’s childhood memories. Every situation is something that has settled in his memory. “I wanted to recreate these memories by distancing myself from my country and placing them in nowadays Europe. A distant gaze sometimes can better describe reality. For this reason, the sets I have rebuilt are studied in the smallest details, and even in the clothing of my subjects: I have chosen garments that can be found in today’s great chains, but which recall what was worn in the Soviet Union.”

Alexey Shlyk-photographer

Alexey’s work is very personal, perhaps more than what can be understood simply by looking at his pictures. For this reason we were curious to know if there was any photo that was particularly dear to him.

“I don’t think there’s a picture I’m more attached to than others, though maybe The Chicken House is the one that recalls me more memories. The custom was to have small buildings in the countryside, with the idea of ​​spending time away from the city for several reasons. I tried to rebuild this small house in my studio by following my memories and starting from a door that I accidentally found on the street in Antwerp.” In his mind Alexey links this house to his grandmother’s one, who came from the Russian Volga region near Khazan, where he usually spent summers with his cousins.

There’s a lot of my grandmother, not just in this photo, but in the whole project.”

Alexey prefers to define himself not just as a photographer, but an artist with different interests, who uses mainly photography. This is especially clear in his creative process, which has a lot to do as well with his math studies. “I can rarely produce an image instantly. First, the idea must settle in an abstract way, like an axiom, then I develop it in all its aspects, and finally I create it.” And this is evident in The Appleseed Necklace, where Alexey himself built all the objects and sets of the photos.

Alexey’s work, halfway between the documentary and the fiction, helps to look at the chosen subject in a very unexpected way. Thanks to his experiences and knowledge, he guides us through particular aspects of the Belarusian people in a detached -but not distant- way. If possible, we get even closer to something that we were ignoring until then, because Alexey is able to relate it with us through objects and colors familiar to us.


As usual, we asked our guest hiss favorite ones among the following categories. So here you are:


david claerbout



And are you curious to know what Alexey usually has for breakfast?

It depends on how much time I have and whether the day will be long or not. If I know I’ll have a long day ahead, I prefer to eat eggs and bacon. If I’m not, I am more than happy with a cup of milk and cereal. On the weekend, however, I try to spoil myself a bit by going out and taking a nice croissant!”

Thanks a lot Alexey!


FORMAT Photography Festival a Derby (UK), è appena giunto al termine e siamo lieti di presentarvi il secondo ospite della nostra rubrica. Il suo nome è Alexey Shlyk, fotografo Bielorusso che vive e lavora ad Anversa (Belgio) e che, chiaramente, era in mostra a Derby con il suo ultimo progetto.

Alexey, classe 1986, è nato e cresciuto a Minsk in Bielorussia, dove si è laureato in matematica e ha vissuto fino a un paio di anni fa, quando si è trasferito ad Anversa per intraprendere i suoi studi in fotografia, passione e professione che portava avanti già da ragazzino, con un Master alla Royal Academy of Fine Arts.

Alexey infatti lavorava già come fotografo in Bielorussia, per lo più nel campo dell’advertising, ma sentiva la necessità di partire, di essere contaminato, per riuscire a dare più libertà alla propria pratica fotografica.

L’allontamento da Minsk lo aiuterà ad acquisire una visione più chiara e distinta della propria madre patria e sarà alla base del suo ultimo progetto The Appleseed Necklace.

Abbiamo incontrato Alexey in un café di Anversa proprio per parlare di questo suo ultimo progetto.

The Appleseed Necklace è un lavoro sulla Bielorussia, qualcosa che Alexey voleva fare da tempo, ma che è nato in maniera non programmata. “Per il Breda Photo Festival dell’anno scorso, è stato chiesto a noi studenti del Master di lavorare su progetti in cui si rifletteva su se stessi. Questo mi ha dato modo di lavorare su qualcosa che volevo fare da tempo, un lavoro sul mio paese, la Bielorussia. Volevo però che il lavoro non fosse qualcosa di documentaristico, in bianco e nero o che trasmettesse troppa tristezza. Per questo ho cercato di dare uno sguardo nuovo.”

Il progetto è una riflessione sulla capacità di adattamento del popolo bielorusso e la sua capacità di costruirsi e procurarsi ciò che non si ha, ma di cui si ha bisogno. Durante il periodo Sovietico la Bielorussia ha attraversato un periodo di grande crisi economica e per questo nella gente si è sviluppato uno spirito di ingegno: se ti serve qualcosa e non vuoi rubare devi essere capace di costruirtelo.

Il lavoro di Alexey è un’interpretazione di ricordi in chiave moderna. “Uno spunto per questa riflessione mi è stato dato anche dal presidente bielorusso Lukashenko che durante un comizio in periodo disse 

Se non ci sono i soldi per iscriversi in palestra prendete due mattoni e allenatevi a casa.”

L’idea dietro alle foto è proprio quella di mostrare questa capacità di “do it yourself” tramite la ricostruzione di memorie dell’infanzia di Alexey. Ogni situazione è qualcosa di vissuto e che si è sedimentata nella sua memoria. “Volevo riprodurre queste memorie prendendo distanza dal mio paese. Uno sguardo distante a volte riesce a descrivere meglio la realtà. Per questo motivo i set che ho ricostruito sono curati nei minimi dettagli e anche per gli abiti dei miei soggetti ho scelto indumenti che si possono trovare nelle grandi catene di oggi, ma che ricordano ciò che si indossava nel period dell’Unione Sovietica.”

Il lavoro di Alexey è molto personale, forse più di quanto si possa capire semplicemente guardando le fotografie. Per questo motivo eravamo curiosi di sapere se comunque ci fosse una foto a cui era particolarmente legato.

“Non penso ci sia una foto a cui sono più legato delle altre, anche se forse The Chicken House è quella che mi trasmette più ricordi. L’usanza era quella di avere delle piccole costruzioni in campagna, con l’idea di passare del tempo lontano dalla città per diversi motivi. Ho cercato di ricostruire questa costruzione in studio seguendo i miei ricordi e partendo da una porta che ho trovato casualmente per strada ad Anversa.” La casetta nei ricordi di Alexey è in particolar modo quella della nonna, che proveniva dalla regione russa del Volga, vicino a Khazan, dove solitamente trascorreva le estati insieme ai cugini.

C’è molto di mia nonna, non solo in questa foto, ma in tutto il progetto in generale.”

Alexey preferisce definirsi non solo come un fotografo, ma come un’artista che ha diversi interessi e che fa uso principalmente della fotografia. Questo aspetto si nota soprattutto nel suo processo creativo che ha molto a che fare anche con i suoi studi di matematica. “Raramente riesco a produrre un’immagine in modo istantaneo. Prima l’idea si deve sedimentare in modo astratto, come un assioma, per poi aver modo di svilupparla in tutti i suoi aspetti e infine crearla.” E questo aspetto si nota chiaramente dal fatto che in The Appleseed Necklace è lo stesso Alexey ad aver costruito tutti gli oggetti e i set presenti nelle foto.

Il lavoro di Alexey, che si pone a metà tra il documentario e la finzione, aiuta a guardare al soggetto da lui scelto in un modo che non avremmo mai pensato potesse essere possibile. Proprio perché è lui a guidarci, tramite le sue esperienze e conoscenze, siamo in grado di vedere un aspetto particolare del popolo bielorusso in modo distaccato, ma non per questo distante. Se possibile siamo ancora più avvicinati a un qualcosa che magari fino a quel momento ignoravamo, proprio perché Alexey lo mette in relazione con noi tramite colori e oggetti che conosciamo bene.


In conclusione, come al solito, abbiamo chiesto al nostro ospite i suoi preferiti per le seguenti categorie. Quindi eccoli qua:



E siete curiosi di sapere cosa mangia per colazione Alexey?

Dipende da quanto tempo ho e se la giornata sarà lunga o no. Se so di avere davanti una lunga giornata preferisco uova e bacon, se no mi accontento di una tazza di latte con cereali. Nel weekend invece cerco di viziarmi un po’ uscendo a prendere un bel croissant!”

Grazie mille Alexey!