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KURT COBAIN: MONTAGE OF HECK photo: Brett Morgen/courtesy of HBO

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È chiaro

Che il pensiero dà fastidio

Anche se chi pensa

È muto come un pesce

Anzi un pesce

E come pesce è difficile da bloccare

Perchè lo protegge il mare

Com’è profondo il mare

(Lucio Dalla)

 

Kurt Cobain è nato e cresciuto in una famiglia disfunzionale. Questo è quello che Montage of Heck pare dichiarare a chiare lettere e senza troppi giri di parole, fin dal suo inizio. Brett Morgen si è ritrovato con una quantità di materiale inedito tra le mani e ne ha voluto fare un documentario, con l’aiuto di Joe Beshenkovsky (editor) e Cameron Frankley (sound design) e soprattutto con l’approvazione della famiglia Cobain.

Se a distanza di ventun’anni dalla sua morte si pensava di sapere tutto di lui, questo film apre dei vasi di Pandora non indifferenti, che spiegano -o giustificano- quella fetta di vita che i media hanno sbandierato, massacrato, masticato e poi risputato nella bocca del pubblico che seguiva i Nirvana, me compresa. Quello che stupisce è che questo bagaglio è solo la punta dell’iceberg, perchè Kurt Cobain non è nato nel 1987 con la sua band, ma nel 1967 ad Aberdeen, Washington.

Il lavoro massiccio di Morgen, quindi, è stato proprio nell’editing di quei filmini di famiglia in Super 8, tracce audio, foto, disegni, dipinti, che come un puzzle riescono da soli a narrare  un’esistenza intera, mantenendo autentiche tante -non tutte- delle sue sfaccettature. L’inserimento delle animazioni  e degli spezzoni delle interviste ( i genitori di Cobain, la sorella, la moglie Courtney Love, la matrigna, l’ex fidanzata Tracy Marander e l’amico e bassista Krist Novoselic), non fanno altro che consolidare un racconto già cristallino.

Nei mitici anni Sessanta in America, dove colori pastello, materiali lucidi, capigliature vaporose ed un’economia in pieno sviluppo,  influenzavano gli animi, l’ingenua cameriera Wendy Elizabeth incontrò Don Cobain, si sposò con lui a diciassette anni e dopo due anni partorì il primogenito Kurt, bambino irruento e pieno di energie. Per i genitori era evidentemente più una scocciatura che una virtù. A circa otto anni, la madre esasperata portò infatti il figlio dal pediatra, che le disse:”Abbiamo un problema”. Diagnosticata l’iperattività, la soluzione proposta dal medico fu quella di somministrargli il Ritalin.

Kurt_Cobain_documentary

Otto anni e tranquillanti, un tentativo drastico di reprimere una personalità che voleva solo uscire, nell’unico modo che conosceva. Non importava il motivo di quell’iperattività, ciò che era giusto fare era renderla silente, intontirla. “Non riesco a gestirlo, deve andarsene”, era la stessa frase che crescendo si sentì dire da tutti i parenti e gli amici da cui andò a vivere, come un pacco non gradito, rimbalzato senza alcuna speranza. Sfiducia, incomprensione, svalutazione contro un’indole così forte, ebbero l’effetto di un incidente frontale.

Va da sé che Kurt non divenne un docile agnellino svuotato, ma una bomba innescata. Il grande sentimento di vergogna, ripreso durante il documentario in varie occasioni, sembra quindi una rielaborazione del disagio di non essere “conforme” alle  aspettative della società.

 

 

Sentendosi al di fuori delle convenzioni sociali e con un background famigliare del genere, il teppismo e l’uso di droghe sembrano quasi delle tappe obbligatorie. La marijuana arrivò nella sua vita a tredici anni, l’eroina a diciannove. Nel mezzo ci furono canzoni, disegni, scritti, la miracolosa conoscenza del punk rock e l’urgenza di suonare. L’ispirazione portata da: erosione empatica, droga, mal di stomaco. La necessità fisica di esprimersi non si poteva arginare e non puntava alla notorietà. Quest’ultima poco aveva a che fare con la sua arte, perché tutto ciò che la celebrità chiedeva era indagare sulla sua personalità e storia, per poi poterli dare in pasto al pubblico curioso, attirato da quella rock star maledetta. I media e i fan volevano capire i suoi testi, entrare nella sua testa, nel preciso periodo in cui solo un giorno zitto poteva dargli momentanea pace.

“Questo cambierà tutto. Non sei pronto per questo”, gli disse la madre quando ascoltò il suo primo demo, spaventata letteralmente da un muro di suono così lontano da tutto, così incurante di piacere agli altri.

Il mondo del rock in effetti è stato cambiato dai Nirvana. La breve vita di Kurt Cobain, però, poteva essere solo imbrigliata dalla morte. Tutto il resto è nelle nostre mani e orecchie.

 

nirvana_kurt cobain

Kurt Cobain was born and raised in a dysfunctional family. This is what Montage of Heck seems to declare clearly since its beginning. Brett Morgen got an amount of unreleased material and wanted to build a documentary, with the help of Joe Beshenkovsky (editor) and Cameron Frankley (sound design) and above all with the approval of the Cobain family.

If after twenty-one years from his death you think you know everything about him, this movie will open some relevant Pandora’s boxes, that explain -or justify- that slice of life that the media have trumpeted, massacred, chewed and then spat out into the mouth of Nirvana’s fans, including me. And this is only the tip of the iceberg, because Kurt Cobain wasn’t born in 1987 with his band, but in 1967 in Aberdeen, Washington.

The massive work of Morgen, then, consisted in the editing of those Super 8 home movies, audio tracks, photos, drawings, paintings, which can shape an entire existence like a puzzle, keeping authentic many – but not all- of its facets. The animations and the clips of interviews (Cobain’s parents, his sister, his wife, Courtney Love, the stepmother, the former girlfriend Tracy Marander and his friend and bassist Krist Novoselic), just reinforce an already crystal clear story.

In the American sparkling Sixties, where the minds were all influenced by pastel colors, shiny materials, vaporous hairstyles and economy boom, the naive waitress Wendy Elizabeth met Don Cobain, married him at seventeen and two years later gave birth to the eldest son Kurt, an impetuous and full of energy kid. For his parents it was clearly more a bother than a virtue. At about the age of eight, an exasperated mother took his son to the paediatrician, who told her: “We have a problem.” Kurt was diagnosed with hyperactivity, and the solution was the Ritalin.

Eight years old and tranquillisers, a drastic attempt to suppress a personality that just wanted to come out, in the only way he knew. No matter the reason of that hyperactivity, what seemed right to do, was make it silent. “I can’t handle it, he must leave”, that’s what all the relatives and friends who lived with him said. He was like an unwanted package, hopeless and rebounded. Mistrust, misunderstanding, devaluation against a strong nature, had the effect of a frontal collision.

It goes without saying that Kurt did not become a docile and empty lamb, but a triggered bomb. The great feeling of shame, repeated on several occasions during the documentary, seems a reworking of the discomfort caused by not being “compliant” to society’s expectations.

Feeling out of social conventions and a family background like that, drug abuse and hooliganism seem a necessary step. Marijuana came into his life at thirteen years old, heroin at nineteen. In between there are songs, drawings, writings, the miraculous knowledge of punk rock and the urgency to play. The inspiration comes from: empathetic erosion, drugs, stomach pain. The physical need to express himself didn’t aim at fame and could not be contained. It had very little to do with his art, because everything that celebrity asked for was to investigate on his personality and story, and then use it to feed the curious public, attracted by that damn rock star. The media and the fans wanted to understand his lyrics, get into his head, at a time when only a silent day could give just little peace.

“This will change everything. You’re not ready for that” said his mother when she heard his first demos, literally frightened by a wall of sound so far away from everything. He didn’t want to please anyone.

The rock world has in fact been changed by Nirvana. The short life of Kurt Cobain, however, could only be curbed by the death. Everything else is in our hands and ears.