Testo e fotografie di Cassandra Cappelletti

 

Nonostante la giovane età di Le Havre, cittadina nel nord della Francia fondata solamente 500 anni fa, la sua storia è davvero intensa.

Questo grande porto francese, sviluppatosi tutt’attorno all’estuario della Senna, fu fondato nel XVI secolo dal re Francesco I, che intravvide del potenziale da quella che era una semplice palude. Non si sbagliò: Le Havre ben presto divenne un punto di passaggio per tutti i commerci e i viaggiatori diretti oltre oceano. Fondamentale il contributo artistico che Le Havre diede con i suoi colori e i suoi paesaggi: le luci e le ombre del cielo normanno, sempre mutevoli, ispirarono pittori come Boudin, Monet e Turner, per citarne solo alcuni.

Le Havre: Sunset in the Port circa 1832 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851

William Turner, Le Havre: Sunset in the Port, 1832, Tate

La città fu in gran parte distrutta dalla seconda guerra mondiale nel 1944, e diede l’occasione ad Auguste Perret (1874-1954), architetto e imprenditore belga, di ricostruirla all’insegna del modernismo. La sua religione? Il cemento armato, invenzione di François Hennebique, che nel 1982 brevettò questo nuovo sistema edilizio. Una scelta, quella di Perret, ispirata dalla volontà di ridefinire il concetto estetico di ornamento, in cui è la struttura portante ad essere posta in primo piano. Un urbanismo innovativo, audace, rigoroso, stemperato in seguito dalla fluidità del Vulcano di Oscar Niemeyer. Eppure questa musa marittima non smette mai di reinventarsi.

La chiesa di Saint-Joseph

Auguste Perret, conosciuto anche per essere stato maestro del celebre architetto svizzero Le Corbusier, all’inizio del XX secolo fondò insieme ai fratelli quello che sarebbe diventato un impero dell’edilizia, forte del notevole abbattimento dei costi di realizzazione dovuti alla sua essenzialità. La sua abilità progettuale si rifletteva tanto nelle chiese, quanto negli hangar e nei casinò, come quello ideato per la cittadina bretone di Saint-Malò sul finire dell’800. Ma fu proprio grazie alla ricostruzione di Le Havre che l’architetto raggiunse l’apice del successo, anche se non mancarono le critiche verso una città monumentale e poco a misura d’uomo, sebbene le abitazioni modulari e prefabbricate riflettessero proprio la sua visione democratica di società.

Giudizi a parte, fu uno dei primi ad intuire il potenziale del cemento armato, considerato all’epoca un materiale inadatto per l’architettura: «Il mio calcestruzzo è più bello della pietra, lo lavoro, lo cesello. È una pietra che nasce, e la pietra naturale è una pietra che muore».

Esempio emblematico dell’opera di Perret a Le Havre, la chiesa di Saint-Joseph rappresenta un simbolo della rinascita cittadina post-bellica. Analogamente ad altri suoi progetti, in cui veniva posto un imponente campanile sulla base, troviamo nella cittadina normanna una torre-lanterna ottagonale di 107 metri di altezza, appoggiata sulla navata a pianta quadrata e sostenuta da quattro gruppi con altrettanti piloni ciascuno; una sorta di faro, che domina la città ed è visibile dal mare.

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Interno della chiesa di Saint-Joseph, navata centrale

Questa impostazione orientata verso il centro della navata, in cui è posto anche l’altare, implica uno spostamento di prospettiva in altezza, dunque non più verso il fondo, ma verso il cielo. È impressionante osservare dal basso (o almeno tentare) l’altezza del campanile, evidenziata maggiormente dalla quasi totale assenza di decorazioni all’interno della chiesa, caratteristica alla quale non siamo molto abituati alle nostre latitudini. La densità del cemento entra però in dialogo con uno spettacolare gioco di luci e sfumature, grazie agli oltre dodicimila vetri colorati lavorati da Marguerite Huré (1895-1967), artista francese che introdusse l’astrattismo nella decorazione vetraia religiosa.

Le finestre più a est e a nord seguono tinte più fredde, mentre a ovest e a sud rispondono colori caldi e brillanti, per poi schiarire man mano che si arriva alla sommità del campanile. Lo slancio in verticale, favorito in questo caso da alte finestre e dal ritmo modulare dei prefabbricati, è un tratto peculiare di Perret, che non a caso affermò: «l’orizzontale esprime il riposo, la morte; la posizione della vita è la verticalità». Sono questi gli elementi che caratterizzano anche gli altri edifici del centro storico, della cui realizzazione si è occupato insieme al suo Atelier.

Perret, che iniziò il cantiere della chiesa nel 1951, non vide mai l’opera portata a termine; tuttavia essa, insieme alle altre ricostruzioni di Le Havre, continua ad essere un simbolo della rinascita della città nel Dopoguerra, inserita dal 2005 nel patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’UNESCO.

Il Comune e la vita quotidiana

Costruito sempre dall’architetto Auguste Perret fra il 1952 e il 1958, il comune di Le Havre venne eretto sulle rovine di quello antico, di fattura ottocentesca. Trattandosi di un elemento centrale della composizione urbana, l’edificio si staglia davanti ad un vasto giardino progettato anch’esso dall’architetto, in cui si trova una piazza tagliata dal tram.

Il comune è composto da due parti distinte, per conciliare meglio le necessità rappresentative con quelle funzionali. Un corpo massiccio e relativamente basso, la cui facciata viene scandita da colonne che richiamano la tradizione classica, contrasta con il razionalismo della torre di diciotto piani, sulla cima della quale si può ammirare il panorama, e soprattutto il mare, di questa intrigante città.

Sono numerosi gli edifici progettati da Perret nel corso degli anni: passeggiare fra le vie di Le Havre è un’esperienza unica, che permette di rivivere un delicato momento storico, in cui spesso le aspettative dovevano fare i conti con la realtà.

È infatti possibile visitare uno degli appartamenti-tipo proposti dall’Atelier per la ricostruzione del Dopoguerra. La scelta di un arredamento funzionale e curato, esordio del design ispirato a quello scandinavo, intende promuovere uno stile di vita moderno ed efficiente: cucina e bagno integrati nell’abitazione, doppio orientamento luminoso, ma anche semplici oggetti che sono ormai presenti nella vita di ognuno di noi, come il frigorifero e la lavatrice. L’utilizzo del legno di quercia, un materiale versatile ed economico, permise all’Atelier di avvicinarsi alle esigenze delle differenti tipologie di famiglie francesi, ormai tutte riunite nel vero fulcro della casa: il salotto. Quello progettato dal designer francese René Gabriel (1899-1950) fu infatti promosso da Perret per l’Esposizione internazionale di Parigi nel 1947, determinando il passaggio in Francia dall’Art déco alla progettazione industriale.

Com’era prevedibile, sulla cittadina normanna non mise gli occhi soltanto Perret: ma come affrontare il suo rigore geometrico, il suo inflessibile ritmo strutturale? I suoi successori si imposero rompendo con la tradizione, sia nei materiali, sia nelle forme. Primo fra tutti, il Museo di Arte Moderna.

Il MuMa, Musée d’art moderne André Malraux

Dopo molte esitazioni, nel 1952 prese avvio il progetto per la ricostruzione del nuovo museo di Le Havre. Georges Salles, direttore dei musei di Francia, e il conservatore di quelli cittadini Reynold Arnould decisero di dar vita a un nuovo tipo di edificio: «un organismo vivente», che come tale aveva bisogno di luce e spazio. L’idea era di realizzare un museo del futuro, il quale sarebbe stato posto davanti al porto e avrebbe dovuto accogliere al suo interno sia le collezioni, sia nuove modalità di interazione con il pubblico, come concerti, conferenze e proiezioni. Rinunciando al cemento di Perret, se non per la base, si mise dunque a punto una struttura metallica, leggera e flessibile, illuminata dalle facciate a vetri.

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Il Musée d’art moderne André Malraux (MuMa) e Le Signal, 1961, di Henri Georges Adam

Davanti all’entrata, in prossimità del porto, si trova la scultura monumentale di Henri Georges Adam (1904-1967), scultore e pittore francese, intitolata Le Signal, realizzata per l’inaugurazione del museo, avvenuta nel 1961. È curioso come la sua forma plastica ricordi a volte un occhio, a volte una conchiglia, a seconda del punto di vista da cui la si osserva.

Le Havre non è dunque soltanto Auguste Perret con le sue linee precise e ordinate, ma anche asimmetria e morbidezza, come dimostrerà Oscar Niemeyer più avanti.

Secondo soltanto al museo d’Orsay di Parigi, il MuMa ospita un’importante collezione di Impressionisti e Fauves, avanguardisti francesi di inizio Novecento che indagavano l’utilizzo dei colori e della luce generata dal loro accostamento. Visitando il museo, è possibile immergersi veramente nelle ambientazioni normanne dei dipinti, passando dalla tela alla realtà.

Eugène Boudin, considerato uno dei padri dell’impressionismo, si innamorò a tal punto della luminosità di Le Havre, da venire soprannominato “re dei cieli”. Ed è a lui che Claude Monet, come riconoscerà più avanti, deve la sua incredibile percezione artistica. Ma al MuMa troviamo anche Renoir, Degas, Derain e molti altri, che diedero origine a dei capolavori indiscussi, che vale sicuramente la pena vedere.

Claude Monet, Impression, soleil levant, 1872, Musée Marmottan, Parigi

Il Vulcano di Niemeyer

In competizione con il MuMa per la carica di “casa della cultura”, nel 1982 si affaccia sulla città normanna anche Oscar Niemeyer. Discepolo del già citato Le Corbusier, l’architetto brasiliano si distingue per le costruzioni in beton dalla vocazione plastica e ondulata. Se da una parte si inserisce nella scia lasciata dal calcestruzzo di Perret, dall’altra il progetto, che implica due edifici bianchi – dalla forma uno iperbolica e asimmetrica, l’altro cilindrica e simmetrica – rompe con il precedente rigore geometrico.

Soprannominato il “Vulcano”, un gioco di scalini e rampe all’interno della piazza gli assicura il perfetto inserimento nel tessuto urbano. E se vi venisse un po’ di fame dopo aver visitato la Biblioteca Oscar Niemeyer o aver assistito ad una pièce teatrale al Vulcano, non c’è problema: alla Colombe Niemeyer è possibile gustare delle vere specialità di stagione o andare la domenica mattina per un brunch, in un ambiente giovane e accogliente.

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I due vulcani di Oscar Niemeyer

Les Bains Des Docks

Proseguendo nella scia dei grandi nomi, a Le Havre troviamo un altro edificio da non perdere, aperto nel 2008. Firmato dall’archistar Jean Nouvel, il centro acquatico nasce dall’idea di riconvertire la zona abbandonata portuale in uno spazio frequentato della città. E l’impresa è decisamente riuscita, a giudicare dalla grande quantità di gente che frequenta il parco termale. All’interno della struttura sono ospitati una piscina olimpionica riscaldata e un centro benessere, integrati fra di loro da cascate di acqua e volumi colorati che rafforzano la purezza del bianco. Al piano superiore è inoltre possibile rilassarsi sulle terrazze e dimenticare il trambusto cittadino. Il visitatore non può quindi che essere rapito dalle forme intorno a lui, trovandosi in un’oasi ispirata alle terme romane.

 

Sono un’infinità i motivi per recarsi in Normandia e soprattutto a Le Havre: una città unica, che come un faro richiama turisti da tutto il mondo per ammirare la sua ricchezza culturale e la bellezza del mare.

D’obbligo citare il film Miracolo a Le Havre (2011), del regista finlandese Aki Kaurismäki: un capolavoro estetico, a partire da un’eccezionale uso dalla fotografia.

Testo e fotografie di Cassandra Cappelletti