Finora l’unica cosa che riusciva a calmarmi nei momenti di piena era una passeggiata al mare. Da quando ho riscoperto la poesia visuale di Masao Yamamoto sono diventate due. Guardare le sue foto è un po’ come strizzare gli occhi nel sole del mezzogiorno, quando tutto diventa contrastato e sfocato allo stesso momento – luce e ombra, pure.

È quasi impossibile smettere di guardarle. Passo da una all’altra seguendo un filo invisibile di associazioni estetiche e poetiche casuali, rintracciando in ognuna il bello e l’imperfetto. E tutto questo calma, tanto quanto il rumore del phon nel dormiveglia, le dita tra i capelli o il suono delle onde.

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Yamamoto, pittore scivolato dolcemente nel mondo della fotografia, non scatta solamente immagini. Colleziona memorie, haiku visuali che possono essere ordinati e sistemati secondo infinite combinazioni. “In passato, quando ero bambino, collezionavo insetti. Ho una tendenza a collezionare cose. Da adulto, invece di ucciderli ho iniziato a scattare foto di questi insetti per collezionarne le immagini”

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Le sue foto, che lui stesso definisce talmente piccole che a volte é quasi impossibile capire cosa si stia contemplando, appartengono ad una narrazione più lunga, capitoli di un’unica storia che non ha né inizio né fine e che ha senso di per sé né più né meno delle sue singole parti.

Ogni soggetto é una “memoria uscita dal cassetto di qualcuno”, fa parte del tutto, di quel flusso continuo di coscienza in cui i dettagli sono fatti per essere contemplati o ignorati completamente a discrezione dell’occhio di chi guarda. “Una buona fotografia è quella che cura. Che ci fa sentire gentili. Una foto che ci dà coraggio, che ci rammenta le belle memorie, che rende le persone felici”.

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Ma le memorie di cui parla Yamamoto non sono solo sensazioni, sono tangibili. Ogni singola foto è anche un oggetto prezioso che sta perfettamente nel palmo di una mano – perché se possiamo tenere una foto in mano, possiamo anche trattenerne il ricordo, soppesarne il valore, farlo nostro.

Così come una memoria si radica con il passare del tempo, Yamamoto invecchia artificialmente le sue foto portandole in giro con sé, sfregandosele tra le mani, consumandole, segni del tempo che passa, che cambia e trasforma, in pieno spirito wabi-sabi. In questo processo di dimenticanza/produzione di memoria, ciascuno scatto diventa materia stessa del passato e racchiude al suo interno più storie che appartengono a momenti completamente diversi – scatole cinesi dove il vuoto, il pieno e l’Io trovano lo spazio per coesistere.

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