Massimo Vitali non è caduto in quell’errore

“tipico di tutti gli esordienti che scrivono il loro primo libro come se fosse un’autobiografia. In fondo, le autobiografie degli esordienti non interessano a nessuno”.

 

A Massimo Vitali semplicemente piace il pistacchio solo quando sa di pistacchio, è un appassionato di cucina, lo attraggono i tramonti sulle tangenziali e lavora in un ufficio reclami. Esattamente come Edoardo, il protagonista del suo primo libro, L’amore non si dice.

 

Benvenuti nel mondo romantico e poetico di Massimo Vitali.

Ma com’è che uno diventa scrittore?

È andata così: qualche anno fa, quando credevo di essere pronto, ho iniziato a spedire a diversi editori una mia raccolta di racconti, che avevano un filo conduttore: le mozzarelle. Ho seminato, e più tardi ho raccolto i frutti: mi hanno scartato tutti. Nessuno escluso. Alcune risposte contenevano anche minacce a me e alla mia famiglia. Perciò mi sono demoralizzato e ho smesso di spedire racconti.

Poi, molto tempo dopo, ho sentito di un concorso nazionale – Subway – nel quale i racconti vincitori venivano pubblicati e distribuiti nelle metropolitane di tutta Italia, divisi a seconda del numero delle fermate necessarie a leggerli. Una bella iniziativa, che mi ha fatto tornare la voglia di spedire, ma non di scrivere. Ho spedito uno dei racconti delle mozzarelle, però togliendo la parte sulle mozzarelle: ho vinto. Ecco, in quel momento ho capito che uno scrittore esordiente non deve mai parlare di latticini, e da lì è partito tutto..


Perchè scrivi?

Perchè un giorno sarò così rispettato nel mio lavoro che tutti gli editori faranno a gara per pubblicare anche solo la mia lista della spesa. E allora io consegnerò i miei racconti sulle mozzarelle. E poco importa se quel giorno non ci sarò più.

 

Il tuo romanzo d’esordio, L’amore non si dice ha un protagonista strampalato, che scrive lettere d’amore/non amore alla sua/non sua Teresa.

Ma davvero l’amore non si dice?

Ognuno l’amore se lo gestisce come vuole. Edoardo non può parlare d’amore a Teresa solo perché lei glielo ha imposto. Altrimenti lui glielo scriverebbe anche sui muri. Ad esempio dietro casa mia c’è un muro occupato dalla seguente scritta: “BETTA 6 1 AMORE”. Quindi per qualcuno l’amore oltre che dirlo, si scrive anche con i numeri.


Come ogni buona antologia d’italiano del liceo, dopo autore, tema e protagonista, si arriva ad analizzare la figura femminile. Teresa è quasi come l’amore nel tuo libro, c’è ma non si dice, non si fa mai viva ma la sua immagine traspare pagina dopo pagina dalle parole di Edoardo. Ci piace o non ci piace questa Teresa?

Personalmente Teresa mi ripugna. Fossi stato in Edoardo, avrei smesso di scriverle già dalla terza lettera. Al limite le avrei mandato dei disegni.

C’è una lettera, un episodio, un personaggio del tuo libro, a cui vuoi più bene, per qualsivoglia motivo?

Ci sono tante lettere a cui sono affezionato, ma preferisco non fare nomi. Che poi le lettere ne soffrono. Diciamo che io voglio bene a tutto l’alfabeto, e alle parole che vengono fuori mescolandolo.


Come tanti hanno notato, il tuo eroe è un po’ vintage: l’amore romantico e assolutizzato, le lettere per raccomandata al posto di fredde mail.. se un po’ di te è presente in Edoardo, senti che avresti dovuto nascere in qualche altra epoca?

Certamente che avrei dovuto nascere in un’altra epoca, lo sanno tutti. Io ad esempio avrei voluto avere vent’anni nel 1962, solo per potere ballare pezzi come questo

 

 

Se Babbo Natale potesse esaudire richieste del genere, io non esiterei un attimo a chiederglielo. Anzi, se potessi, vorrei essere direttamente Babbo Natale negli anni sessanta.


Soddisfatto del successo del tuo libro?

Le vere soddisfazioni sono leggere mail come quella ricevuta dagli alunni di un istituto commerciale di Ravenna, che conteneva esercizi di scrittura creativa basati sulle lettere del romanzo. Oppure tenere una “lezione” nell’aula magna dell’Università di Modena, facoltà di lettere e filosofia, quando prima di allora non sei mai entrato nemmeno nel parcheggio di una facoltà. O ancora volare in Puglia, a Bitonto, dove ti aspetta una libreria piena di ragazzi che hanno recitato le tue lettere e le loro personali e appassionate interpretazioni. E in generale, le vere soddisfazioni arrivano quando a complimentarsi con te, iniziano ad essere persone diverse da tuo nonno, tuo zio, tuo babbo e tua mamma. Facebook in questo senso è uno strumento che aiuta molto. Quando ti scrive qualcuno con cui non hai nessuna amicizia in comune, a meno che quel qualcuno non sia tuo nonno, tuo zio, tuo babbo e tua mamma in incognito, allora significa che qualcosa si è mosso.


Dopo Edoardo, Roversi, il protagonista del tuo nuovo romanzo in uscita il 12 ottobre: com’è questo personaggio? Anche lui incallito innamorato non corrisposto, di qualcuno, o qualcosa?

Potrei dire che Roversi non è corrisposto dal mondo. Il mondo gli chiede di prendersi una pausa di riflessione, e lui decide di prendersela nel primo luogo in cui – per caso o per destino – si ritrova a riflettere: il bagno delle donne di un cinema d’essai.


Quindi, di cosa parlerà Se son rose? Mi sembra di intuire una carrellata di personaggi quantomai bislacchi.

Quando Roversi inizierà a fuggire dal suo mondo, sarà il resto del mondo a venirlo a cercare. La quarta di copertina riporta maniaci, preti, cani, fotografi, travestiti, fabbri, venditori porta a porta. In realtà c’è molto, molto di più. Solo che per scoprirlo bisognerà aspettare il 12 ottobre, non è che posso sempre dire tutto io.

 

Quali sono i tuoi autori cult?

I miei autori cult sono tutti morti. Non per causa mia perché fosse stato per me li avrei fatti vivere in eterno. Tre nomi su tutti: Richard Brautigan, Achille Campanile e Gianni Rodari. Autori molto diversi tra loro anche perché altrimenti ne avrei scelto uno solo, ma simili in quanto a leggerezza e ironia, che lasciano spazio a una profondità invisibile agli occhi del primo lettore che passa…

Tra i contemporanei invece non trovo nessuno che abbia uno spirito simile a quello appena descritto. Perciò appena posso cerco di leggere belle scritture ma differenti, come quella di Grazia Verasani, che ha avuto anche una parte fondamentale nell’editing di L’amore non si dice, firmando tra l’altro la lettera conclusiva del romanzo, lasciando ad Alessandro Bergonzoni l’onore (il mio) di scrivere quella iniziale.


Cosa stai leggendo?

Un libro che mi è stato consigliato considerato il mio spirito campanilistico però postumo. Piero Chiara, La spartizione. Sono a pagina 3. Per ora non mi posso sbilanciare.


Gli altri due libri che hai sul comodino?

Ne ho una pila alta così. I due che mi fanno l’occhiolino in questo momento sono due libri agli antipodi: il potente esordio di Paolo Sortino, con il romanzo Elisabeth, e quello di Federico Baccomo, in arte Ducsene, con il suo Studio illegale.

 

THE LAUNDRY ROOM

Di cosa sei più orgoglioso?

Delle rivincite. Di quando ad esempio ho rifiutato per un anno tutti gli inviti degli amici che mi chiedevano di uscire, perchè stavo scrivendo L’amore non si dice, e in cambio ho ricevuto più che altro insulti, da me poi ricambiati con la terza ristampa del romanzo, e l’imminente uscita del nuovo, entrambi pubblicati per il mitico editore Fernandel. Adesso sono orgoglioso di continuare a scrivere, però ho ricominciato ad uscire. Specialmente quando mi invitano a cena.

In una vita precedente eri.

L’uomo volante. Ogni tanto sogno di volare. È facile, non serve neanche la macchina. Forse il tempo di un’altra vita mi avrebbe potuto aiutare a capire meglio come si fa.

Hai animali?

Ho una morosa veterinaria.

Perchè?

E che ne so. Chiedilo a lei!

Cosa farai da grande?

Mi piacerebbe ricevere i calzoni lunghi come scriveva Gianni Rodari a Giulio Einaudi, in una lettera del 1961, dopo avere toccato con mano le prime copie delle Filastrocche in cielo e in terra: ‘ …ora in famiglia mi guardano tutti con rispetto e per la prima volta posso chiudere la porta del mio studio (anche se ci vado a leggere un libro giallo). Insomma, ho ricevuto i calzoni lunghi: se ha dei nemici, disponga pure di me.’

Se dovessi impacchettare la tua vita per andartene, solo con le cose che ami di più, cosa porteresti con te?

Ma stai scherzando? Per fare un viaggio anche solo di un giorno mi agito come un forsennato, mi angosciano le partenze, figuriamoci un viaggio dove devo impacchettare tutta la mia vita per andarmene. Per andare poi dove? A me piace vivere a Bologna. Non potrebbe essere la mia vita a impacchettarsi da sola per venire da me? Ho anche la stanza degli ospiti.

C’è una cosa che avresti sempre voluto dire in un’intervista, ma che non ti è mai stata chiesta?

Domanda dell’intervistatore: mi perdoni se ti ho spedito questa intervista lunghissima con domande tipo “Tre aggettivi per descriverti” o “Una città per descriverti”? Risposta dell’intervistato: va bene, ti perdono, ma che non si ripeta mai più.

Tre aggettivi per descriverti.

Allora mi prendi in giro?

Una città, per descriverti.

Continui?

Un film per ridere.

Caruso Pascoski, di padre polacco. Francesco Nuti faceva ridere anche quando stava zitto. Bastava la faccia. Ora che non parla più, purtroppo c’è rimasto poco da ridere.

Un film per piangere.

Arrivederci ragazzi di Luis Malle. Però ho pianto quando avevo tredici anni, da allora non l’ho più visto, non so se vale ancora.

Una canzone.

Bartali di Paolo Conte. Perché a volte uno zazzarazà vale più di tante parole. E anche Nessuno mi ama, sempre di Paolo Conte: ‘… facciamo un po’ di letteratura con la miseria della mia bravura…‘.

Un concerto.

L’ultimo in ordine di tempo: Brunori SAS. Dario Brunori è stato paragonato a tutti i cantautori italiani dal 1924 ad oggi. Per me invece Dario Brunori rappresenta solo e soltanto il mio piccolo grande Claudio Baglioni: possibile che quando lo ascolti dal vivo inizi ad urlare dalla prima all’ultima tutte le sue canzoni senza vergognarti nemmeno un pochino?

Il giorno più felice della tua vita.

Facciamo il primo in ordine di tempo: un ricordo ai tempi della seconda media, il pomeriggio in cui mi fidanzai con la ragazza più bella del mondo. Felicità durata proprio un giorno, perché quello dopo è arrivato il (primo) giorno più brutto della mia vita, non eravamo più fidanzati, solo amici.

L’errore che saresti orgoglioso di ripetere.

Lanciare una scarpa al posto della palla in una partita di pallone quando avevo nove anni e tutti ridevano tranne uno, che era comunque orgoglioso di avere fatto goal con una scarpa.

Il sogno nel cassetto.

Essere un tuttofare, uno di quelli che capisce gli schemi elettrici, sa riparare le lavatrici, si intende di idraulica, giardinaggio, meccanica, che ha anche una bella voce e riesce a riempire gli stadi come i Rolling Stones, però cantando le canzoni di Sergio Caputo con il pubblico in delirio.

 

 

Per tutte le informazioni riguardo l’uscita del nuovo libro SE SON ROSE di Massimo Vitali, http://www.fernandel.it/. In libreria il 12 ottobre 2011.

Per sapere tutto su Massimo Vitali, www.massimovitali.org.

 

 

Interviewed on September 1th 2011, original version in Italian.