Ancora fresca dell’esperienza per lei nuova di una collaborazione teatrale al Drodesera, festival di arti performative, Roberta Segata si concede un momento di ricerca, per la realizzazione dei suoi nuovi lavori.

Cita le parole dello scrittore Rex Stout,

 

La bellezza della Natura attenua le brutture degli uomini”.

 

e nel suo Trentino, si ritaglia un po’ di tempo per rispondere alle nostre domande, tra un application form e un inseguimento di strani animali locali.

 

 

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demeure, 2011. Series of 20.

 

 

Dimmi di te, della tua carriera. Quando hai iniziato a scattare?

Parlare di carriera mi sembra una cosa troppo grande, suona per me altisonante, userei il termine “percorso”, ed io sono solo all’inizio del mio.

Non ricordo quando ho iniziato a scattare, però ricordo chiaramente quando ho iniziato a credere che ciò che creavo poteva interessare anche altri oltre a me, era il 2008.

Crederci è fondamentale e da quel momento le cose si sono trasformate in me e al di fuori di me.

 

 

Perché fotografi?

La fotografia è il mezzo che ti permette di fissare un momento, di renderlo eterno. È il mezzo che prediligo perché mi consente, di bloccare un’illusione, che possa essere prospettica, o di movimento, e di renderla vera, oltre a consentirmi di creare dei racconti di immagini.

Avendo poi una duplice formazione nelle arti visive e nel teatro-danza, è lo strumento -insieme al video- con il quale posso fondere magnificamente questi due aspetti, la chiave che mi ha permesso di vedere, e formare.

 

 

Cosa ti piace delle tue fotografie?

Mi piace che la magia sia data da posizioni improbabili che mi sono permesse dalla preparazione atletica -e non dal fotomontaggio- riuscendo a dare naturalezza a ciò che non è naturale.

Sogno che questa ricerca e questo linguaggio creino una sorta di unicità.

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Com’è cominciato il percorso della tua ricerca e cosa ti ha inizialmente ispirato?

Un’intuizione, un’idea che mi è venuta casualmente, come mi succede spesso, ispirata da una parola sentita o una cosa vista. Sentivo la necessità di fondere tutto ciò che mi rappresentava: la fotografia, l’aspetto teatrale con la mia presenza in scena e la ricerca di un effetto che fosse inusuale, rigorosamente in un ambiente naturale. Volevo tentare di creare della magia.

Nel periodo di studi all’Accademia di Belle Arti la fotografia era parte integrante delle mie ricerche in campo pittorico, ho passato diverse fasi per arrivare finalmente a trovare il mio canale d’espressione privilegiato.

 

 

Il tuo è un racconto di paesaggi, di luoghi vissuti o semplicemente attraversati, dal Trentino, la tua terra, alla Svezia. Che significato ha la natura?

La natura è casa, è la nostra prima casa, il luogo che ci accoglie sempre, con energia e positività. É l’elemento primitivo, ciò che ci fa respirare, essere.

Ho avuto il privilegio di nascere in un luogo che definisco un vero paradiso, la Valle di Fiemme, ma tutto il Trentino è una terra magnifica e ne sono pazzamente innamorata.

Sono cresciuta in un rapporto simbiotico con la natura.

Non visito zone troppo conosciute o d’impatto, mi piace ricercare degli scorci nascosti che nessuno nota e farne uscire tutta la carica espressiva, renderli dei gioielli.

C’è una frase dello scrittore Rex Stout, la ricordo chiaramente: “La bellezza della Natura attenua le brutture degli uomini”.

 

 

Che rapporto c’è, secondo le tue immagini, tra uomo e natura?

Il rapporto è fatto di contrasti, ma è inscindibile. Noi apparteniamo alla Natura. Crediamo di poterla domare, di esserne i custodi, ma spesso lei si ribella e ci ridimensiona, per rendercene conto basta guardare il telegiornale.

L’uomo è ottuso nei confronti della natura, la distrugge non rendendosi conto che in questo modo distrugge se stesso. Se tutti vivessimo in sintonia con la natura tutto sarebbe più facile e sano, ritorneremmo ad usare parti del nostro istinto ormai sepolte, i nostri occhi e sensi tornerebbero a vedere cose che ora nemmeno percepiamo.

Nelle mie fotografie mi piacerebbe poter riuscire a parlare di armonia tra uomo e natura come parti di un tutto. Vorrei apparire come un elemento integrante di questa, quasi un piccolo particolare che si confonde tra gli altri. Non vi è imposizione nella mia presenza, ma profonda empatia.

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In fotografie come Waiting room o Le quattro stagioni, o ancora Up, al tuo corpo viene chiesto uno sforzo, un movimento estremo. Perché?

Credo sia una vera e propria necessità. Ho bisogno di utilizzare il corpo, come strumento artistico.

Gli chiedo sforzi estremi perché mi da una soddisfazione estrema.

Mi diverte moltissimo quando una persona, osservando una mia foto, mi chiede: “Ma come hai fatto a fare questa fotografia? C’è il trucco, vero?”

Ed io rispondo trionfante: “No, è solo questione di fisico!”

 

 

E’ curioso il modo in cui riesci a trasmettere l’importanza del movimento del corpo attraverso la fotografia, un mezzo statico.

Mi colpiscono le tue parole e allo stesso tempo mi sorprendono, mi fanno ricordare una delle cose più belle che mi siano state dette sul mio lavoro.

All’inaugurazione della mostra fatta in Svezia nel 2011, si presentò una signora di una certa età che attirò la mia attenzione immediatamente. Lei non aveva mai visto i miei lavori, non sapeva nemmeno chi fossi, si avvicinò e mi disse: “Queste foto sono speciali perché c’è la danza, queste fotografie danzano”.

Per me è un ricordo unico.

 

 

Come nascono la coreografia e la scenografia delle tue opere?

Cerco scorci che mi comunichino qualcosa, e trovato il luogo che mi attira lo osservo: è questo che mi suggerisce cosa fare, come inserirmi nella visione.

É il luogo che parla. Magari è presente un tronco a terra, la strana pendenza di un prato o una ringhiera alla quale potersi appoggiare.

L’unica opera che non ha seguito questo rituale è Firefly: in questo caso è nata prima l’idea ed ho impiegato più di un anno e mezzo prima di trovare il luogo giusto. Per realizzare questo lavoro ho rischiato l’assideramento, ero in Svezia in gennaio e non ricordo quanti gradi ci fossero. Dopo pochi scatti sono dovuta scappare per coprirmi e in auto ho impiegato almeno mezz’ora prima di smettere di tremare!

 

 

In che modo ti relazioni, tu, all’interno delle foto? Non ti si vede mai in volto ma la tua presenza è forte e costante: diresti che il tuo corpo è il soggetto dei tuoi lavori?

Non proprio, il corpo non è il soggetto, aiuta solo a raccontare una storia. Nascondere il mio volto è nascondere l’identità, e quella figura potrebbe essere chiunque.

La mia presenza credo soddisfi anche il mio amore per il teatro, il mio desiderio di essere in scena. Mi sono resa conto guardando i miei lavori che c’è sempre qualcosa di teatrale anche solo in una posizione verticale e ferma come in Firefly.

Essere in quel momento nella verità di quel momento.

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Attraverso i tuoi lavori crei l’illusione di un mondo magico. Cosa sono per te gioco e magia?

Il gioco sdrammatizza la vita, le aggiunge leggerezza e aiuta a rimanere ancorati all’essere fanciulli, cercando di mantenere la purezza nel vedere e nel sentire.

Il gioco mi aiuta a non prendermi troppo sul serio e quando un soggetto appare troppo ‘grave’, intendo triste, negativo, o romantico, decido di scegliere un titolo fuorviante, con doppi sensi, che insinui dubbi, puntando l’attenzione anche all’aspetto più leggero dell’immagine.

I titoli, infatti, hanno una grande importanza per me, sono parte dell’opera e del gioco.

 

 

Oltre che fotografa, sei ballerina e coreografa: raccontami delle tue esperienze teatrali.

Potrei scriverti un libro su questo argomento perché la danza e soprattutto il teatro-danza sono sempre stati la mia passione, ma ho iniziato a danzare a venti anni, tardissimo!

Mentre frequentavo l’Accademia di Belle Arti mi sono iscritta ad una delle scuole più professionali di Verona e vi trascorrevo quasi tutti i miei pomeriggi. Ho iniziato facendo lezione con le bambine di sei anni tornando a casa in lacrime ogni giorno, ma non ho mollato e sono orgogliosa di questo. Per una serie di casualità iniziai quasi da subito a lavorare con la compagnia del teatro Nuovo di Verona e da lì con estremi sacrifici ho avuto molte soddisfazioni arrivando a formarmi con quelli che sono i miti della danza, nomi da libri di storia, come Carolyn Carlson, Larrio Ekson, Simona Bucci, Michele Abbondanza, Antonella Bertoni e molti altri.

Lavorando come danzatrice per altri mi resi conto però che ero uno strumento a favore della loro arte. Il ruolo mi tarpava le ali, avevo le necessità di creare io stessa il mio movimento e da lì è iniziato il percorso che mi ha portata fino a qui.

 

 

Su cosa stai lavorando ora?

Mi sto dedicando a diversi progetti: il primo fra tutti, al quale tengo particolarmente, richiede di esplorare luoghi stranieri, e per questo sto facendo diverse domande di residenza all’estero. Vuole essere un racconto di nuovi luoghi, di chi li abita toccando, oltre la fotografia, anche la performance.

Poi ho due nuovi progetti fotografici in lavorazione in cui vi sarà la presenza di inusuali animali montani, il nuovo Trentino.

Ed infine, ma non per ultimo in ordine di importanza, un progetto teatrale/performativo che sto realizzando insieme ad una amica e collega.

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Analogico o digitale?

Per comodità il digitale.

 

 

Quante macchine fotografiche usi?

Uso una Canon 7D, pratica, comoda e con una buona definizione, e una videocamera Sony Legria hf s10. Ci tengo ad avere un supporto professionale per la chiarezza dell’immagine dato che utilizzo il digitale, ma per me non conta con che strumento si realizzi l’opera, conta l’occhio di chi la realizza.

 

 

Fotografi di riferimento?

Kanako Sasaki, la mia anima gemella.

 

 

Uno scrittore.

Di scrittori ce ne sono troppi, non riesco proprio a scegliere. Perciò punto su un libro, l’ultimo che ho letto fermando la mia vita per una giornata perché non riuscivo a smettere, mi ha rapita!

François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock.

 

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THE LAUNDRY ROOM

Di cosa sei più orgogliosa?

Di non aver mai perso la capacità di sognare e credere che tutto possa essere possibile.

Se non fossi stata una fotografa?

Non sarei stata io…

Se dovessi impacchettare la tua vita per andartene, solo con le cose che ami di più, quale delle tue fotografie porteresti con te?

Credo nessuna, le fotografie sono come pagine di un diario, un ricordo raccontato, e appartengono a ciò che è passato. Preferirei guardare avanti e pensare alle fotografie che desidero realizzare nella mia nuova vita.

Se devo però sceglierne una credo sia Firefly della serie After dark, quella che mi ha portato maggiormente fortuna.

Tre aggettivi per descriverti.

Sono assolutamente incapace di mettermi a fuoco, forse perché definirmi crea dei confini. Mi affido quindi alle persone più vicine con le quali condivido le mie giornate e il lavoro. Ciò che loro frequentemente mi ripetono è che sono buffa, troppo ingenua e perfettina!!

Una città per descriverti.

Più che una città mi vedo come un paesino di alta montagna, in apparenza piccolo e abbarbicato, ma in realtà aperto verso chiunque lo raggiunga e a tutto il mondo che lo circonda.

Un film per ridere.

Uno dei film che adoro, Arsenico e vecchi merletti di Frank Capra, però se posso darti anche una risposta non intellettuale potrei indicarti il film d’animazione Bolt, l’ho visto recentemente e in alcuni punti mi ha fatta ridere fino alle lacrime.

Un film per piangere.

Non ho dubbi, Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, meraviglioso.

Lo so, in fatto di gusti cinematografici sono un po’ “antica”.

Una canzone.

Amo pazzamente la musica cantautorale nordica principalmente femminile, ma in questo periodo la mia risposta è Dust it off dei The dø, una di quelle canzoni che mi fanno alzare il volume fino allo stordimento ed immaginare di essere in uno dei miei boschi durante una nevicata di gennaio.

Un concerto.

Credo che il più bel concerto al quale abbia partecipato fu in Svezia in una delle riserve naturali in cui ho realizzato alcune delle mie fotografie: sono stata avvolta inaspettatamente dal canto di migliaia di vari uccelli migratori, paralizzata dalla magia ho chiuso gli occhi e il cuore ha vibrato così tanto che credevo volesse scoppiare.

Il giorno più felice della tua vita.

Potrà essere forse banale, ma ogni giorno che riesco a trascorrere nella verità e nella serenità con le persone che più amo.

L’errore che saresti orgogliosa di ripetere.

È una storia un po’ lunga, ma ci tengo a raccontarla.

Qualche anno dopo essere uscita dall’Accademia di Belle Arti, mi recai con il mio portfolio piena di positività e speranze in quella che all’epoca era la più importante galleria della provincia di Trento, che si occupava unicamente della giovane arte del territorio. Il carinissimo Direttore, persona con una reputazione e carriera costellata di successi, dopo avermi conosciuta mi disse in maniera molto scortese e arrogante che non sarei riuscita a combinare nulla in campo artistico se non avessi scelto se essere danzatrice o artista. Questi due aspetti li descrisse come un limite mentre per il mio modo di vedere le cose  erano una ricchezza, ciò che mi rendeva diversa anche dagli altri artisti che lui curava.

Mi consigliò di affidarmi a lui, di permettergli di decidere cosa dovessi diventare e fare artisticamente. Io sicura rifiutai e dovetti subire le parole più umilianti. È un ricordo ancora così vivo. Ero molto giovane quindi non ebbi la forza di reagire e subii.

Ho continuato il mio percorso con fatica ricercando il mio linguaggio e, anche se il tempo impiegato è stato molto, sono sempre rimasta fedele a me stessa. Il mio essere artista nel campo delle arti figurative e nella danza possono coesistere, anzi sono il mio linguaggio.

Probabilmente a livello professionale avrei ottenuto cose diverse, velocemente e molte persone mi hanno detto che aver rifiutato quell’offerta è stato un grande sbaglio, ma se lo è stato davvero sarei orgogliosa di ripeterlo altre mille volte!

Il sogno nel cassetto.

Non perdere mai la curiosità e la gioia nel vivere, la voglia di vedere, sognare e credere.

 

 

To follow Roberta Segata, http://robertasegata.viewbook.com

Interviewed on October 14th 2012, original version in Italian.