Finalmente la tanto attesta estate è arrivata: la stagione del mare, delle vacanze, dei break, delle pause riposanti e degli scenari rilassanti. La cosa interessante è che l’estate arriva per tutti, anche per gli artisti. Si sarà mai scottato al sole Keith Haring? E che costume bizzarro avrà mai potuto indossare Salvador Dalì? E Pablo Picasso sapeva nuotare? E i quadri blu di Mark Rothko riprendono il colore dell’oceano? In che spiaggia andava Willem de Kooning?

Abbiamo curiosato negli album di famiglia di alcuni dei più grandi artisti del ‘900 per ricercare curiosità e aneddoti sulla loro vita di tutti i giorni: oltre alla vita mondana, alle loro opere più famose, alle fotografie in posa e i discorsi preparati, cosa combinavano nella loro quotidianità, d’estate specialmente?

Keith Haring

Rappresentante indiscusso della corrente neo pop, Keith Haring inizia a lavorare per le strade di New York negli anni ottanta, dove incontra sia l’artista Jean-Michel Basquiat che Andy Warhol, con i quali stringe una grande amicizia.

Nel 1980 partecipa al Times Square Show, prima mostra dedicata all’arte underground statunitense, insieme a Lee Quinones, Futura 2000street artists suoi contemporanei. Da qui, ispirato dalla scena urbana, decide di intervenire sugli spazi pubblicitari vuoti della metropolitana di New York.

“Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità.”

Ecco che inizia il suo velocissimo e breve successo artistico e commerciale: nel 1986 Keith Haring apre un negozio-laboratorio, il Pop Shop a SoHo, New York, dove il pubblico può acquistare gadgets e guardarlo mentre lavora alle sue opere. Muore giovanissimo a New York nel 1990 a causa delle complicazioni legate all’AIDS: aveva solo 31 anni.

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Keith Haring ritratto da Andy Warhol, 1984

Salvador Dalí

Difficile definire la figura di Dalí senza fare un lungo elenco: pittore, scultore, scrittore, fotografo, cineasta, designer e sceneggiatore, ma soprattutto surrealista. Il suo nome per intero? Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech, nato a Figueres in Catalogna l’11 maggio del 1904.

Grazie al suo personaggio dandy eccentrico, si possono trovare curiosità molto strane. Ad esempio si racconta che a cinque anni fu condotto sulla tomba del fratello dai genitori, i quali gli fecero credere di esserne la reincarnazione, delirio del quale si convinse. A sei anni Dalí voleva diventare cuoco: non realizzò questo suo sogno, ma nel 1973 pubblicò un enorme libro di ricette, soprattutto afrodisiache, intitolato Les dîners de Gala.

Nel 1955 lo videro arrivare a Parigi dalla Spagna con la sua Rolls Royce carica di ben 500 chili di cavolfiori. Il ragionamento, che secondo lui non faceva una piega, era che “tutto finisce nel cavolfiore!” Successivamente dichiarerà al giornalista americano Mike Wallace che è stato sempre profondamente attratto dalla “curva logaritmica” dell’ortaggio.

Invece di un “banale” gatto, negli anni ’60, Dalí decise di comprarsi un gattopardo americano, chiamato Babou, che si portava in giro al guinzaglio. Una volta, al ristorante, per calmare un cliente allarmato disse che era un semplice gatto uscito da uno dei suoi dipinti.

Quando ha incontrato l’amata moglie Gala, lei era ancora sposata un caro amico di Dalí, il poeta francese Paul Éluard. Quest’ultimo, molto diplomaticamente, accettò di essere uno dei testimoni di nozze dei due.

Le sue segretarie hanno avuto di che lamentarsi mentre lavoravano per lui: Dalí infatti si rifiutava di pagarle, dando loro bozzetti e altre sue opere in cambio, invece di mero denaro, che lì per lì non valevano certo molto, ma che dopo la sua morte le hanno rese milionarie.

Dalì_mareDalí alle prese con un riccio di mare durante una gita in barca, 11 ottobre 1959, Cap de Creus

Pablo Picasso

Durante una visita al Musée de l’Homme a Parigi, Picasso rimane colpito dalle maschere esposte provenienti dall’Africa Nera, di come riescano a far scaturire i sentimenti più contrastanti, la paura, il terrore, l’ilarità, con un’immediatezza che Picasso vorrebbe anche nelle sue opere. Ed ecco che viene alla luce l’opera Les Demoiselles d’Avignon, opera emblematica non solo per il suo percorso ma anche per la storia dell’arte del ‘900.

Guernica, creata nel 1937 per L’Esposizione Universale a Parigi, è diventata un simbolo della lotta contro il fascismo. Il titolo prende il nome della città basca appena bombardata dai tedeschi, attacco che aveva provocato moltissimi morti, tra la gente intenta a compiere spese al mercato. Quando i soldati nazisti, a Parigi, insieme all’ambasciatore tedesco, domandarono  a Picasso vedendo il quadro di Guernica “Avete fatto voi questo orrore, maestro?” e lui rispose “No, è opera vostra”?

Si racconta anche che la prima parola pronunciata dal piccolo Pablo non sia stata la tradizionale “mamma”, ma “Piz!”, da “lapiz”, che significa matita in spagnolo. Si dice anche che fosse peniafobico, cioè terrorizzato di diventare povero.

Mentre Dalì aveva un gattopardo, Picasso aveva un “semplice” cane bassotto di nome Lump.picasso_mare

Pablo Picasso fotografato da Willy Rizzo, anni ’60

Mark Rothko

Rothko nasce in Russia, ma all’età di dieci anni si trasferisce in America con la famiglia. Per quanto riguarda la sua ricerca artistica, dopo vari tentativi di liberarsi della figura, approda a un nuovo linguaggio fatto solo di grandi dipinti con macchie di colore, nelle quali immetteva tutta la sua forte sensibilità esistenziale, ecco che viene classificato all’interno della corrente dell’Espressionismo astratto.

Una curiosità interessante è che nel 1958 Ludwig Mies van der Rohe commissionò a Rothko una serie di murales per il ristorante Four Seasons nel Seagram Building di New York. Una volta ultimato il lavoro, che durò più di un anno, Rothko non fu soddisfatto di vedere le sue pitture sullo sfondo di una sala da pranzo, quindi ne consegnò nove di quelle marroni e nere alla Tate Gallery, dov’è tuttora presente un’installazione permanente progettata dallo stesso Rothko.

Rothko rimase semi sconosciuto sino al 1960, guadagnandosi da vivere insegnando arte, prima presso il Brooklyn Jewish Academy Centre e poi alla California School of Fine Arts di San Francisco. Ma dopo la sua morte –suicida nel 1970- la fortuna di critica e di pubblico è cresciuta senza sosta sino a farlo divenire negli anni 2000 uno degli artisti più costosi al mondo. Infatti nel 2014 No. 6 (Violet, Green and Red) superò tutti i record venendo acquistata dal magnate russo Dmitry Rybolovlev per 186 milioni di dollari, la terza cifra più alta mai pagata per un dipinto.

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Christoper Rothko, chiamato Topher, seduto in braccio a suo padre, Mark Rothko, a Sag Harbor, New York, nell’estate del 1964. Fotografia dall’album di famiglia di Peter Selz, curatore della sezione pittura e scultura del MoMa dal 1958 al 1965.

Willem de Kooning

De Kooning già da bambino iniziò la carriera d’artista come apprendista presso una bottega di pittori a Rotterdam. Più avanti dall’Olanda si trasferisce negli Stati Uniti e nel 1948 inaugura la sua prima personale alla Egan Gallery, dove si afferma come uno degli esponenti più in vista dell’espressionismo astratto.

Nessuno a New York ammirava de Kooning più di Robert Rauschenberg. Così un giorno il giovane artista decise di presentarsi a casa di de Kooning con una bottiglia di Whisky in regalo, chiedendogli un suo disegno, ma non per appenderlo… bensì per cancellarlo! Il pittore olandese capì che la richiesta del giovane collega era un grande, seppur inquietante, complimento. Così de Kooning accettò, ma gli avrebbe lasciato un disegno “di cui voleva sentire la mancanza e che fosse davvero difficile da cancellare”. Dopo ore di ricerca -e ansiosa attesa da parte di Rauschenberg-, l’artista olandese finalmente trovò l’opera giusta: realizzata con vari materiali tra cui, come ha ricordato Rauschenberg “carboncino, grafite, di tutto.” Rauschenberg ci mise due mesi per eliminarlo completamente. Ma alla fine ecco la tela completamente vuota. Sul cartellino sotto l’opera si legge: “Disegno di de Kooning cancellato – Robert Rauschenberg – 1953

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Willem de Kooning with Long Stick, Water Mill, N.Y. 1959, scattata da John Gruen

 

Andy Warhol

Quando Andy Warhol aveva 8 anni fu costretto a rimanere letto per molte settimane a causa di una sorta di esaurimento nervoso: proprio in quel momento iniziò ad immergersi in un mondo fantastico popolato dagli eroi dei fumetti e dalle star del cinema, di cui già collezionava fotografie e autografi. Ricopiava quelle immagini in disegni che regalava a sua mamma, la quale lo aveva soprannominato Candy Andy, perchè andava matto per dolci e caramelle.

Negli anni ’60 comincia la sua grande ascesa, quando inizia a realizzare i suoi primi disegni basati su fumetti e immagini pubblicitarie. Tra i suoi lavori più famosi ci sono Popeye, Superman, la prima bottiglia di Coca Cola e i ritratti di Marilyn Monroe.

La sua casa newyorkese su cinque piani al 1342 di Lexington Avenue era famosa, aveva tutte le novità elettroniche che in quegli anni stavano invadendo le abitazioni e le vite degli americani. Curioso è che ci viveva con 25 gatti siamesi, tutti di nome Sam, eccetto uno che si chiamava Hester.

Fondò lo studio “The Factory” frequentata da intellettuali underground del periodo e che, in breve tempo, diventa un centro di produzione artistica di enorme rilievo. Negli anni ’70 partecipava a quattro feste in una sola sera, divenuto ormai un simbolo come le sue opere, ma rimane sempre in disparte e di poche parole. Una volta disse per scherzo che avrebbe partecipato anche “all’inaugurazione di una tazza da gabinetto”.

Nel 1968 rischia di morire in seguito ad un attentato messo in atto da Valerie Solanas, una donna squilibrata che ha creato una società per eliminare gli uomini (di cui era unico membro). Soffrì di postumi permanenti, e la vicenda ebbe un effetto profondo sulla sua vita e la sua arte. Da allora evitò gli ospedali, per paura di non uscirne più vivo, ma nell’‘87 un’operazione alla cistifellea divenne inevitabile e purtroppo alcune complicazioni post operazione furono fatali, morì a soli 58 anni.

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Andy Warhol e Corinne Kessler sulla spiaggia newyorchese di Fire Island, 1949 circa, foto di Philip Pearlstein